Il più bravo di tutti? Tony Servillo Parola di critici e registi (con sorprese)

Dopo giorni di autocandidature e nomi a caso, parlano gli esperti. Dino Risi: «Barbareschi è meglio lasciarlo alla tv»

da Roma

Specchio, specchio delle mie brame, chi è l'attore più bravo del reame? Uno, nessuno o centomila? A sentire i più spudorati, il migliore è da ricercarsi sicuramente nei diretti interessati. Così Luca Barbareschi sul Venerdì di Repubblica dell'altro ieri si è autocandidato (visto che, spiega polemicamente, nessuno lo chiama per un film) come il più bravo attore italiano sfidando in un ipotetico set Sergio Castellitto, un altro affermato interprete della sua stessa generazione. Invece sul Magazine del Corriere di questa stessa settimana Aldo Cazzullo salta a piè pari i cinquantenni e indica in Pierfrancesco Favino il migliore. L'interprete di El Alamein e Romanzo criminale è, a parer suo, l'unica stella che brilla nel nostro firmamento con buona pace dei vari, comunque da lui citati, Riccardo Scamarcio, Claudio Santamaria, Kim Rossi Stuart e la new entry di Elio Germano. Ma sempre sul Magazine, questa volta di un mese prima, il gioco del migliore attore portava Antonio D'Orrico a individuare in Tony Servillo «il Bob De Niro italiano» per la sua capacità di passare «dall'incazzoso e dolente commissario Sanzio di La ragazza del lago al teatrale Domenico Priore di Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo».
Fin qui gli stessi attori o i critici, curiosamente non cinematografici. Ma, per esempio, che ne pensa di tutto questo un grande del nostro cinema come Dino Risi che, da par suo, ha lavorato con tantissimi attori? «Lasciamo stare Barbareschi che fa televisione. Io lo vedo bene solo lì. Il migliore invece è Servillo, lo dico e lo ripeto da dieci anni», s'infervora al telefono del suo residence romano. «La sua fortuna è non assomigliare a nessuno del passato anche se di primo acchito non ha un volto indimenticabile ma poi rimane nella memoria dello spettatore. Inoltre è come un cane da tartufo, ha un gran fiuto, riesce sempre a scegliere registi e film buoni». Sì perché, come spiega Fabio Ferzetti critico del Messaggero, «il cinema italiano è fragile come un nano con i piedi d'argilla che consuma gli attori a cui invece bisogna augurare storie, sfondi e registi alla loro altezza». Ma il migliore alla fine qual è? «Mi rifiuto di indicarne uno solo ma tre: Favino, Germano e Servillo», risponde Ferzetti in ordine alfabetico che però su Favino aggiunge un dato interessante: «È sicuramente quello con un profilo da star più accentuato perché sta lavorando molto all'estero. Lui può fare di tutto e non è ancora stato sfruttato in ruoli veramente comici».
E se Vincenzo Salemme reduce dal grande successo di Sms - Sotto mentite spoglie ci scherza un po’ su alla sua maniera («In Italia ci sono così pochi attori ma per non offendere nessuno direi che sono solo 15 e tutti bravi»), il produttore Riccardo Tozzi della Cattleya aggiunge un dato interessante: «La cosa curiosa è che il Paese con meno attenzione per il talento italiano è il nostro. Andando all'estero sono tutti esterrefatti dalla nostra quantità di attori e attrici, non ultimo Almodóvar che recentemente ha visto un paio di film italiani. Il fatto è che oggi non c'è un attore che emerge su tutti. Servillo è bravissimo, e non stento a crederlo che lo sarà anche come Andreotti nel nuovo film di Sorrentino, ma ci sono anche Rossi Stuart, Favino, Santamaria, Scamarcio, Germano e Silvio Muccino».
Mario Monicelli è, come sempre, più tranchant. Prima se la prende con le dichiarazioni di Barbareschi («Forse vorrebbe essere come Scamarcio che a differenza sua è giovane e carino») e poi sentenzia: «Servillo è un attore vero e di qualità perché recita non solo con la voce ma con il corpo. E poi si mette in gioco con il pubblico a teatro non centellinando il personaggio in due mesi di riprese». E gli altri attori? «Fanno solo schiamazzi. Michele Placido mi piace ma è già molto affermato. Castellitto mi pare abbastanza impacciato mentre Kim Rossi Stuart è sempre molto sobrio, sembra quasi non far nulla, ma non appartiene a quelli che fanno chiasso». Come Elio Germano che per Piera Detassis, direttrice di Ciak, «è bravissimo e un po’ ribelle, il che va bene, ma deve stare attento a non sopravvalutarsi, vedi le dichiarazioni sopra le righe sul film di Franchi a Venezia». Ma anche per la Detassis, che è rimasta folgorata da Antonio Albanese in Giorni e nuvole di Soldini e che tifa anche per il «sottovalutato» Valerio Mastandrea e poi per Favino e Rossi Stuart, «non c'è dubbio che oggi il più grande a teatro e al cinema sia Servillo, una spanna sopra gli altri». E Scamarcio? «Ho molta simpatia per lui ma se parliamo di grandi attori...». E Barbareschi? «Guardi, francamente non mi sarebbe mai venuto in mente».
Come è curioso che a nessuno siano venuti in mente i nomi un tempo sulla bocca di tutti di Stefano Accorsi, Luigi Lo Cascio o Giancarlo Giannini, ora accomunati in una sorta di tragica par condicio dell'oblio. «Il problema - spiega Antonietta De Lillo regista del premiato Il resto di niente - è che c’è un vizio che si rispecchia nella società come nel cinema. I riflettori si accendono e si spengono rapidamente. Per due o tre anni si usa sempre e solo un attore e poi finisce nel dimenticatoio».