Più che altro una gita. Per gli altri

Mio zio Gianni, che ha allenato squadre di mezzo Meridione tra cui lo stesso Napoli gestione Ferlaino, mi ha sempre detto: cambiare la panchina può servire, ma il più delle volte è un palliativo perché in campo, alla domenica, ci vanno i giocatori. La partita di ieri al Sant’Elia mi sembra degna conferma di questa massima. Questo Napoli, se non si sbriga a mettere in saccoccia la salvezza, non ci farà più dormire sonni tranquilli. E dire che il Cagliari sembrava avversario più che abbordabile, per di più a ranghi ampiamente rimaneggiati. Noi invece, almeno sulla carta, eravamo in formazione tipo. Come se non bastasse, c’era pure un conto in sospeso, quel gol del pareggio regalato ai sardi al 95’ nel girone di andata. Macché. Anche stavolta siamo riusciti a trasformare gli avversari in giganti, i rossoblù isolani negli azulgrana del Barcellona. Tant’è. I partenopei sul campo sembravano in gita di piacere e francamente ben poco trasformati rispetto agli ultimi mesi di Reja. Un atteggiamento inebetito ai limiti dell’irritante, come se il campionato fosse già archiviato e non avessimo invece urgente fame di punti, che infatti si è intascato il Cagliari ora proiettato verso la zona Uefa. Ciò che più manda in bestia è che puntualmente i nostri giocatori sembrano risvegliarsi dal loro torpore soltanto alla metà del secondo tempo, quando ormai siamo con l’acqua alla gola. Qualche volta ci è pure andata bene, quando anche Lavezzi qualche palla la metteva dentro. Ieri ha dimostrato di essersene dimenticato.