Più che bel cinema si è visto il «maanchismo»

Festa di governo ma anche di lotta, di popolo ma anche di cultura, di glamour ma anche di sperimentazione, indiana ma anche birmana, nel nome di Gramsci ma anche di Abete (nel senso della Bnl). Avete in mente L'Internazionale riscritto da Stefano Disegni per Crozza? Laddove rimeggia: «Noi non siamo più nelle officine / siamo in banca oppure alle anteprime». Ecco.
La cerimonia finale, in matinée, della seconda kermesse veltroniana è apparsa a molti un tripudio di cine-ecumenismo. Ogni contrasto pareva magicamente riassorbito, dentro una pioggia di cifre e dati esaltanti (600mila visitatori, 62mila biglietti venduti), con il patron Goffredo Bettini, spiritualmente alla convention del Pd, che sospirava addirittura: «E Dio sa se questo Paese non ha bisogno di speranza». Pronto a dimettersi da senatore ds pur di non abbandonare (almeno per ora) l'amatissima Festa, l’uomo-ombra di Veltroni in effetti ha ragione quando parla di «miracolo della concordia e della capacità di costruire alleanze». Però che stress tenere tutto insieme, pure gli sponsor un po’ rissosi, senza scontentare nessuno, ribattendo colpo su colpo. L’ultima è di ieri. Il Corriere della Sera ironizzava sui cinque direttori artistici, parlando di discreta maretta. Eccolo subito precisare: «Noi non abbiamo solo un direttore che fa tutto. Certo, è difficile lavorare insieme, ma dà più risultati».
Già, il Corriere: croce e delizia della Festa. Sembrava, insieme al Messaggero e più di Repubblica, il quotidiano amico. Invece, con l’andare dei giorni, qualcosa s’è rotto, e quando Mieli ha piazzato in prima pagina un commento di Paolo Mereghetti intitolato «Roma, tra Oscar e Festa dell'Unità», al Bettinorum si sono allarmati. A risolvere la faccenda, dalle sottili implicazioni politiche, è stato lo stesso Veltroni. Prima di partire per Milano, ha concesso allo stesso Mereghetti un'intervista per ribadire la vocazione pedagogica della Festa, citare Gabin e Mastroianni, spiegare che «anche a sinistra ci sono troppi pregiudizi».
Pregiudizi in parte riassorbiti, a quanto pare. Ricordate l'associazione «Centoautori», che riunisce, in forma di assemblea permanente, un’ampia porzione di cineasti, oggettivamente i migliori? Una settimana fa avevano minacciato azioni di disturbo alla Festa, con tanto di sit-in e volantinaggi, per contestare al centrosinistra una presunta freddezza sui temi del cosiddetto triopolio Raicinema-Medusa-Sky. Tutto risolto. Introdotti con qualche enfasi da Mollica («sono riusciti a smuovere le coscienze su questo argomento, devono avere il nostro sostegno»), hanno potuto presentare una «video-lettera agli spettatori» prima della premiazione ufficiale. In tanti sullo schermo, da Scamarcio a Morante e Crescentini, da Virzì a Sorrentino e Piccioni, per chiedere più finanziamenti pubblici, elogiare il sistema francese (con qualche svarione sulle cifre), accusare lo Stato di aver dato troppi soldi alla Fiat e ai giornali, soprattutto lanciare il messaggio apocalittico: «Vorremmo che non fossero i network tv a decidere la politica culturale in Italia». Solo Molaioli, il regista di La ragazza del lago, riconosceva che, in materia di soldi pubblici, «esistono storture ed anomalie». Ma naturalmente è colpa delle solite «logiche di appartenenza». Lesto ad annusare l'aria, il governatore Marrazzo s'è impossessato del palco. La Festa è anche sua. Poco più in là aspettava di uscire il regista di Juno, acclamato film vincitore. Guarda caso, è coprodotto dalla Fox, che poi significa Sky. Contraddizioni del sistema.