Più Cina, meno Europa E il Fmi cambia faccia

La vecchia Europa lascia spazio, e dunque potere, alla Cina e alle altre più importanti economie emergenti, come India, Russia e Brasile, nella governance del Fondo monetario internazionale. Immutato dal 1944, l’anno di Bretton Woods, il sistema delle quote e dei seggi all’interno del board esecutivo del Fondo non era più sostenibile alla luce della nuova realtà dell’economia globale. Il 6% dei diritti di voto passa dalle economie avanzate a quelle emergenti, e la Cina diventa così il terzo Paese in ordine di importanza, dopo Stati Uniti e Giappone. Il board resta composto di 24 seggi: dieci di essi sono riservati alle principali economie (Usa, Giappone, Cina, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, India, Russia e Brasile). Nulla cambia per l’Italia che mantiene una quota superiore al 3% (3,16%, al settimo posto) e il suo seggio fisso nel board esecutivo.
L’intesa è stata raggiunta dopo lunghissime trattative diplomatiche, grazie soprattutto alla buona volontà degli europei, che rinunciano a due seggi rispetto alla composizione precedente, scendendo da nove a sette. Belgio e Olanda, che ne avevano uno a testa, dovrebbero alternarsi, mentre altri Paesi europei sono alla ricerca di accordi analoghi. E resta, in prospettiva, l’ipotesi di un seggio unico Ue.
É stata una prova di realismo che ha sorpreso persino il direttore generale del Fondo, Dominique Strauss-Kahn. Quello raggiunto nelle scorse ore a Washington, commenta il numero uno del Fmi, è un «accordo storico» che rappresenta il maggior mutamento di governance nei 65 anni di vita dell’istituzione. Lo spostamento del 6% delle quote è superiore al 5% richiesto dal G20 di Pittsburgh, e sancisce l’evoluzione dell’economia globale a favore dei cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India, Cina). Sale anche il Messico, cala invece l’Arabia saudita. L’intesa prevede il raddoppio delle quote, per un totale di 750 miliardi di dollari. La riforma dovrà essere approvata formalmente dai Paesi membri: per il via libera serve almeno l’85% dei voti. In alcuni casi, come negli Stati Uniti, sarà necessaria una pronuncia del Parlamento.
La Cina viene promossa a un rango di primissimo piano, anche se le ultime previsioni di sviluppo appaiono meno brillanti dei risultati ottenuti nell’ultimo decennio. Il centro ricerche per lo sviluppo prevede che nei prossimi tre-cinque anni l’economica cinese non crescerà oltre il 7%, anche se per il momento la produzione industrale viaggia a pieno regime (+13,5% contro l’11% del 2009). Dovrebbe leggermente calare l’avanzo commerciale, da 196 a 180 miliardi di dollari.
In questa situazione l’economia cinese potrebbe sopportare senza contraccolpi una rivalutazione dello yuan fra il 5 e il 6% nel 2011.
Prove di diplomazia, dopo le polemiche degli ultimi tempi, sono in corso tra Washington e Pechino: al vertice Asean di Kyoto, il segretario al Tesoro, Tim Geithner, ha escluso di proporre al prossimo G20 un tetto all’avanzo commerciale. E i cinesi riconoscono l’importanza della crescita americana per la ripresa economica globale.