Più competizione nei sistemi fiscali

A una settimana dal referendum francese sull'Europa, che se se vedesse prevalere i contrari potrebbe definitivamente affossare la nuova Carta costituzionale, alcuni tra i maggiori economisti liberali si sono riuniti a Parigi per discutere sul futuro della fiscalità e su come il processo di unificazione dei 25 paesi può condizionare le prospettive di crescita.
Presieduto dal principe Michel di Lichtenstein, il convegno organizzato dall'Iref (Institut de recherches économiques et fiscales) ha lasciato chiaramente intendere con quanta ostilità molti intellettuali liberali d'Europa guardino ai progetti volti a rafforzare il potere di Bruxelles. E se la parola d'ordine degli euroentusiasti è «armonizzazione», da Parigi è invece partita una decisa sollecitazione a valorizzare la «concorrenza»: ad ogni livello e soprattutto tra paesi differenti.
Per avere imposte contenute, ha sostenuto Pascal Salin, è necessario che vi sia una pluralità di sistemi davvero indipendenti, che in tal modo siano indotti a tenere basse le aliquote e competano per attirare i capitali privati. Solo la concorrenza tra norme tributarie può evitare al potere pubblico di assorbire troppe risorse e può stimolare risparmi, investimenti, nuove iniziative.
Per giunta, da più parti si è sottolineata l'efficacia dell'aliquota unica (la flat tax) che - elaborata sul piano teorico nel 1980 da due studiosi americani (Robert Hall e Alvin Rabushka) - negli ultimi anni ha conosciuto un notevole successo nei paesi dell'Europa centro-orientale. I primi ad abolire la progressività delle aliquote furono gli estoni, nel 1994, ma negli anni seguenti lo stesso è avvenuto in Slovacchia, Polonia, Slovenia, Romania e in tanti altri casi. E non è certo una sorpresa se sono proprio queste economie a conoscere i maggiori tassi di crescita. Come ha correttamente mostrato un giovane economista slovacco, Dalibor Rohac, l'aliquota unica è preferibile alla progressività di sistemi ormai anacronistici come il nostro (o quello francese, quello tedesco, ecc.) poiché se l'imposizione fiscale distorce i comportamenti imprenditoriali, ciò è assai meno grave quando la tassazione è semplice e contenuta.
Oggi, però, l'avanzata della flat-tax è minacciata dal processo di unificazione. Non volendo ridurre la quota di risorse che i maggiori paesi europei sottraggono all'economia privata e temendo la concorrenza delle economie emergenti dell'Europa dell'Est, gli architetti della nuova Europa vorrebbero cancellare questi modelli alternativi: assai più liberali ed efficaci.
Uno dei relatori del convegno parigino, Victoria Curzon-Price (che è presidente della Mont Pélerin Society), ha evidenziato come in ambito fiscale vi sia un forte nesso tra decentramento e moderazione. In altre parole, se si vuole un'Europa a bassa tassazione è necessario avvicinarsi un po' di più alla tradizione svizzera cantonale e accantonare il progetto di un'unico fisco deciso da Bruxelles e gestito dagli eurocrati.
Ideali e concretezza, insomma, vanno di pari di passo, perché - come ha spiegato Enrico Colombatto - «la battaglia a sostegno della flat tax è una battaglia contro il principio secondo cui l'obiettivo finale è l'espansione illimitata dello Stato».

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