«Più controlli, ma dentro i confini»

Il sottosegretario all’Interno scettico sulla sospensione di Schengen: «Va bene discuterne, ma imitare Parigi sarebbe segno di debolezza»

Francesca Angeli

da Roma

Sospendere temporaneamente gli accordi di Schengen non sarebbe uno scandalo ma ripristinare i controlli alle frontiere non rappresenta una misura contro il rischio terrorismo. Il sottosegretario al ministero dell’Interno, Alfredo Mantovano, è a Napoli a parlare di criminalità ed usura ma l’argomento più caldo è la decisione presa dalla Francia dopo gli attentati di Londra: la sospensione di Schengen, ovvero la chiusura delle frontiere, niente più libera circolazione delle persone e delle merci per un periodo di tempo indeterminato. Mantovano non ritiene che la decisione di Chirac sia da condannare. Più che altro la giudica inutile. L’Italia non pare orientata a compiere lo stesso passo, come ha anticipato il premier Silvio Berlusconi. La Lega però insiste sulla necessità di prendere almeno in considerazione questa possibilità.
Sottosegretario Mantovano in Consiglio dei ministri affronterete anche la questione Schengen?
«Non so se la Lega porterà la richiesta in Consiglio. Ritengo che discuterne non sia scandaloso. Occorre capire però sulla base di quali elementi concreti questa richiesta viene fatta. Va detto che non si tratta di un provvedimento risolutivo come purtroppo dimostra quanto è accaduto in Inghilterra. Gli attentatori erano cittadini britannici e oltretutto la Gran Bretagna in Schengen non è mai entrata dunque è evidente che il contrasto del terrorismo non è un problema di controlli alla frontiera. Comunque valuteremo i pro ed i contro».
E quali sono secondo lei?
«Onestamente tanti pro che siano collegati alla prevenzione del terrorismo non ne vedo. I contro invece li vedo chiaramente perché sospendere Schengen può apparire, ed in effetti lo è, un segno di debolezza. Vuol dire che con gli strumenti ordinari non siamo in grado di andare avanti».
In qualche occasione anche l’Italia ha ripristinato i controlli.
«Certo ma perché ci si trovava di fronte ad un evento straordinario che giustificava una misura straordinaria. I controlli vennero ad esempio ripristinati in occasione del G8 a Genova. Allora era previsto un massiccio afflusso di persone appartenenti all’area antagonista. Era ovvio e necessario prevedere controlli per procedere alla verifica dell’identità. Controlli utili a verificare precedenti per evitare l’ingresso di persone con documenti falsi e scoraggiare l’arrivo di indesiderabili. Ora la questione è diversa».
Intanto però la Francia ha scelto autonomamente la sua strada.
«L’ennesima riprova del fatto che l’Europa ha l’euro ma non una politica comune sulla sicurezza».
Quali sono le frontiere a rischio?
«Al momento non siamo di fronte ad un fenomeno particolare. Non è che arrivino più clandestini che in passato. La fonte principale di ingressi clandestini o meglio irregolari è l’arrivo col visto turistico. Persone che dopo tre mesi dovrebbero andare via ed invece restano come irregolari. Comunque la carta Schengen non fermerebbe i clandestini che arrivano via mare o via terra. Si può discutere di rimettere controlli ma sia chiaro che non si tratta di un misura antiterrorismo. Semmai occorre controllare meglio quelli che stanno dentro: i residenti e pure i regolari».
Si riferisce ad operazioni come quella di due giorni fa?
«Penso ad una intensa attività di prevenzione. La Lioce fu catturata durante un’operazione di normale controllo. Più forte è il rischio più ampi devono essere i controlli, gettando le reti alla fine qualche pesce si piglia».
A che livello di rischio siamo in Italia: rosso, arancione?
«Siamo consapevoli che il rischio esiste ma non ci troviamo di fronte a fattori specifici o segnalazioni. Certamente è anche un fatto culturale: di fronte ai kamikaze per quali la vita non vale nulla la prevenzione diventa quasi impossibile».