«Più cooperazione tra Europa e Usa»

Il n. 1 di Finmeccanica, Guarguaglini, invoca un allentamento delle pratiche protezionistiche

Andrea Nativi

da Washington

«Ci deve essere una maggiore cooperazione tra industrie internazionali della difesa sui due lati dell'Atlantico, dobbiamo passare dalla partecipazione di rischio in specifici programmi a una forma di collaborazione più ampia, con accordi più efficaci per il trasferimento di tecnologie, procedure amministrative semplificate e un allentamento delle pratiche protezionistiche nelle acquisizioni». Così Pier Francesco Guarguaglini, numero uno di Finmeccanica, intervenendo al convegno organizzato dall'Hudson Institute sul carattere globale della nuova industria della difesa.
Gli ha fatto eco Robert J. Stevens, presidente e Ceo di Lockheed Martin affermando che in un contesto in cui le sfide della difesa e della sicurezza aumentano e i bilanci della difesa non crescono abbastanza nessuna società o Paese possiede tutte le tecnologie necessarie; solo lavorando insieme si può realizzare il prodotto migliore nel modo più efficiente. Un concetto condiviso dalla associazione delle industrie aerospaziali e della difesa Usa, che contrasta la tentazione protezionistica molto diffusa nel Congresso, dove si teme non solo la compromissione di tecnologie critiche, ma pensa anche di fare gli interessi nazionali ostacolando il Pentagono nei rari casi in cui vorrebbe acquistare sistemi stranieri. E provocando così risposte protezionistiche sui prodotti Usa.
Anche l'Italia ne ha fatto le spese, e le discussioni sul trasferimento di tecnologie connesso alla partecipazione italiana al programma dell'aereo militare JSF F-35 sono state, come ha detto Giorgio Zappa, direttore generale di Finmeccanica, molto «intense».
Alla fine l'Italia ha davvero ottenuto moltissimo e l'accordo tra industrie (Finmeccanica e Lockheed Martin) ha spianato la strada alla firma di un secondo accordo tra governi (il Memorandum Psfd) che sancisce la prosecuzione del coinvolgimento italiano nel programma, iniziata nel 2002. Firma che dovrebbe aver luogo nel giro di qualche settimana.
Ma gli stessi americani si rendono conto di subire danni da queste politiche: lo ha ammesso Alfred G.Volkman, direttore per la cooperazione internazionale del Pentagono, spiegando che ogni anno il dipartimento di Stato riceve 70mila domande di licenze export di tecnologie militari, che le procedure sono farraginose e che la stessa legislatura americana è figlia della guerra fredda e dovrebbe essere emendata. Ma anche se ci sono sforzi per migliorare, l'adozione di nuove regole richiede una pressione politica da parte del Congresso di cui, secondo Volkamn, oggi non c'è segno.