«Più criminale di Battisti chi lo ha liberato»

La donna rompe un silenzio durato 27 anni per ricordare il delitto e la sua vita spezzata

Stefano Zurlo

da Milano

Il citofono di un condominio popolare nel cuore di Milano. La voce è stanca ma decisa: «Mi dispiace, mi sono chiusa nel mio dolore, non ricevo nessuno». Insisto: «Il suo indirizzo me l’ha dato suo figlio Alberto». Alberto Torregiani, su una sedia a rotelle dal 16 febbraio 1979, le stimmate del terrorismo nella carne. «È stato Alberto a suggerirmi di venire qua». «Allora me lo saluti». «Signora, mi faccia salire un attimo». Un attimo di esitazione: «D’accordo». Due rampe di scale, poi un ballatoio ingombro di oggetti: la signora Elena Torregiani è lì che aspetta. Scavata dalle disavventure di una vita che si ha pudore a raccontare, tanto è stata colma di sventure. Scosta una tendina e conduce l’ospite nel suo piccolo regno: una stanza dove il tempo, come capita qualche volta nelle case dei vecchi, sembra essersi dileguato lasciando solo uno sciame di ricordi acuminati. Tutto è immobile, quasi pietrificato in quell’ambiente saturo di memorie. Da una mensola, affollata di foto, vigila lo sguardo tenero del marito, Pierluigi Torregiani, l’orefice della Bovisa assassinato dai Proletari armati per il comunismo di Cesare Battisti il 16 febbraio di 27 anni fa. «Era un uomo dolce - sospira la signora Elena - parlava poco, ma era concreto, buono, affettuoso. Nel 1970, dopo cinque anni di matrimonio, era stato ricoverato in ospedale a Crema. Una malattia gravissima, un tumore al polmone, superato miracolosamente. Lì in clinica conobbe una donna e lei gli confidò la sua pena: i suoi tre figli». Anna, Marisa e Alberto, il più giovane, classe 1964. «Presto sarebbero rimasti soli, sperduti in questo mondo: lei si avviava a rendere l’anima al signore, il marito era conciato dalla tubercolosi anche peggio». La cupa previsione fu azzeccata: all’inizio degli anni Settanta, Giacomo e Teresa morirono. «Pierluigi un giorno venne a casa e mi disse: “Quei tre ragazzi li prendiamo con noi”». «E lei?». Finalmente quei lineamenti induriti ritrovano l’armonia di un sorriso. Il velo di diffidenza ora non c’è più. «Eravamo una famiglia felice, siamo stati una famiglia felice. Poi, quelli l’hanno sfasciata». Quelli che sognavano la rivoluzione, naturalmente: persone senza nome nella narrazione della signora Elena. «I miei figli sono stati due volte sfortunati. Hanno perso prima i genitori naturali, poi quelli adottivi».
Adesso qualche lacrima vorrebbe pure scendere, ma ci deve pure essere un limite, da qualche parte, allo stare male. Il volto resta asciutto, la voce è appena impastata, bastano gli occhi, occhi consumati dalla lunga sofferenza, a esprimere patimenti e umiliazioni. «Abito qui da sola da tanti anni, io e il mio gatto Bambi. Bambi sta per bambino, è un bel gatto biondo, ma chissà dove si sarà cacciato». Elena, che non si è mai seduta né ha detto all’ospite di accomodarsi, torna verso la porta, sposta la tendina, dà un’occhiata fuori: «Boh, sarà in giro». «Sto qui sola», ripete e sul volto passa un lampo di fierezza.
Adesso si capisce meglio che quella stanza più che un tempio dei ricordi è un eremo, al riparo dalle brutture e dalle cattiverie del mondo. «Non esco mai, non leggo i giornali, ho saputo qualche settimana fa da mia sorella che Alberto aveva scritto un libro». Un’autobiografia e un atto d’amore verso il padre Pierluigi: Ero in guerra ma non lo sapevo, Agar edizioni, firmato in coppia con Stefano Rabozzi, un giornalista amico. «Anche allora uscivo pochissimo, stavo bene a casa. Quel pomeriggio, il pomeriggio del 16 febbraio 1979, ero dal parrucchiere per un colpo di pettine. Entrò una cliente e raccontò il fatto». La sparatoria, Torregiani colpito a morte a pochi passi dal suo negozio di via Mercantini, il figlio a Niguarda con un proiettile nella schiena, l’inutile pistola dell’orefice rimasta sul marciapiede. Presto sarebbe seguita la più demenziale delle rivendicazioni: «Noi comunisti oggi rivolgiamo le nostre armi contro coloro che, pur di difendere i loro luridi profitti speculando sui proletari, non si sono fatti scrupolo di uccidere. Per questo due nuclei comunisti hanno colpito il porco Lino Sabbadin e Pierluigi Torregiani, che hanno assassinato i giovani, i quali, non cedendo al ricatto del lavoro salariato, tentavano la via della riappropriazione del reddito staccato dal lavoro». Lino Sabbadin, il «porco», aveva reagito qualche tempo prima come Torregiani alla prepotenza di una rapina, nella sua macelleria di Mestre: i Pac lo abbatterono nel suo negozio.
Ma i volantini e i comunicati deliranti di allora non interessano a questa donna fragile: «Appena capii cosa era accaduto, mi sentii male. Portarono pure me all’ospedale». Il presepe costruito dall’orefice fu spazzato via dal vento dell’ideologia in un attimo. «Eravamo felici: io, mio marito e i tre ragazzi. Volevo bene a tutti e tre, ma il mio preferito era lui, Alberto, il più piccolo, la mascotte. Gli piaceva tanto giocare a pallone», e gli occhi s’illuminano per una frazione di secondo. «Ormai, non si può fare più nulla, non si può tornare indietro, Pierluigi non me lo ridarà nessuno».
La famiglia creata da un gesto d’amore fu distrutta da un gesto d’odio. Scrive Alberto in Ero in guerra ma non lo sapevo: «Elena è la mia madre adottiva. Il sorriso sforzato non riusciva a nascondere la febbrile paura che l’avvolgeva in quei giorni. Non ho più visto quel sorriso, la morte del marito, il tragico epilogo del figlio hanno distrutto il suo stato d'animo, la sua tempra emotiva frantumata, ha spento ogni sua vitalità... Difficile era la sua sopportazione a quelle ruote che pure il mio cane odiava, difficile era la preoccupazione ossessionante tanto da toglierti il fiato, le sue spasmodiche attenzioni contrapposte e accompagnate alle crisi nervose. Io, alla ricerca di serenità, trovavo sempre più esasperante lo stare insieme al punto che per il bene mio ma anzitutto per il bene suo, scelsi la separazione; togliere dai suoi occhi quella sedia ingombrante e cigolante per casa».
«Signora - azzardo - è vero che lei non sopportava la vista della sedia a rotelle, soffriva troppo?». «Ma va - replica brusca - la verità è che Alberto preferì andare a stare dai cugini a Novara, voleva un po’ di gioventù intorno. Eravamo tutti scossi, così scossi da quel che era successo». Uno alla volta i figli presero la loro strada. Elena rimase sola, sempre più sola, si estraniò. «Non li vedo più da tanti anni, mi basta sapere che stanno bene, che sono felici», e quasi li accarezza con le parole, uno a uno: Anna, Marisa, Alberto, la mascotte. «Non incontro nessuno, non ricevo nessuno. Sono chiusa nel mio dolore. Qua a Porta Vittoria, lo stesso quartiere in cui sono nata prima della guerra. Lo Stato non si è mai fatto vedere, gli ex terroristi non mi hanno mai chiesto scusa, nessuno ha mai bussato a questa porta e io non ho mai domandato nulla a nessuno. Tanto, indietro non si può tornare. La mia vita, ormai, è andata così».
Resta poco da aggiungere, solo quel nome, Cesare Battisti, che ha riempito le pagine dei giornali con le sue imprese: da ex terrorista in fuga a scrittore di successo di noir a Parigi, coccolato dalla gauche francese prima di sparire nel nulla. «Battisti - sibila la Elena - è un delinquente. Ma più delinquenti sono gli italiani e i francesi che non hanno fatto nulla per trattenerlo. E ora se ne vada». Scosta la tendina, dà un’occhiata disillusa, caso mai Bambi avesse deciso di ricomparire, stringe la mano. Poi saluta: «Se incontra i miei figli, dia loro un bacio da parte della mamma». E per un attimo, Elena Torregiani torna giovane.