Più marines in Irak: D’Alema e Prodi al fronte contro Bush

Il ministro degli Esteri critica gli Stati Uniti e poi cerca di rimediare: "Non siamo antiamericani". Il premier: "Inaffidabili? Un’invenzione"

Roma - Le critiche all’«iniziativa unilaterale» degli Stati Uniti in Somalia, le divergenze sulla base Usa di Vicenza. E ora Massimo D’Alema aggiunge un nuovo tassello al quadro di relazioni spigolose tra l’Italia e l’amministrazione di George W.Bush: la «forte impressione», ha detto il ministro degli Esteri da Doha, capitale del Qatar, è che nel piano Usa per l’Irak «l’aspetto fondamentale continui ad essere quello dell’azione militare e del suo rafforzamento e questo aspetto non ci convince». La soluzione per l’Irak «non passa attraverso l’aumento della pressione militare».
In una una successiva intervista ad Al Jazeera International D’Alema ha ribadito il suo pensiero. Una presa di distanza diffusa in tutto il mondo arabo. L’ultima all’interno di relazioni, se non difficili, quantomeno incrinate con Washington. Ed è questo un nervo scoperto che Silvio Berlusconi ha subito toccato nel suo intervento alla manifestazione di Forza Italia a Roccaraso: l’Italia ormai per gli Stati Uniti è tra i Paesi «su cui non si può contare», ha avvertito.
La dichiarazione è rimbalzata dall’Abruzzo al Medioriente in tempi rapidissimi. E D’Alema ha risposto infastidito: «Non siamo antiamericani. Non c’è nessun fatto che testimoni che lo siamo». Quella dell’ex premier «è una campagna ideologica che tende a dividere il Paese», è andato giù pesante D’Alema, difeso da molti colleghi, da Antonio Di Pietro ad Alfonso Pecoraro Scanio. E infine da Romano Prodi, all’attacco di Berlusconi: «Non hanno cambiato nulla rispetto alla strategia del 2006 - ha commentato -. Insulti e attacchi. È un’altra invenzione di Berlusconi. Noi siamo assolutamente affidabili».
Alla sua seconda tappa del tour mediorientale, che lo ha portato prima a Riad, D’Alema è stato chiamato per errore «Gianfranco Fini» dal quotidiano saudita Arab News, che ha dedicato alla visita del ministro degli Esteri italiano «Fini» un articolo di prima pagina.
Con l’emiro del Qatar Hamad Bin Kalifa al Thani e con il suo omologo Hamad Bin Jassim al Thani, ha parlato soprattutto di conflitto mediorientale e di Irak, ma è stato costretto nel pomeriggio alla replica a distanza e ad alcune precisazioni, per sottolineare come non allineamento agli Usa non voglia dire antiamericanismo. Come la puntualizzazione sulla pena di morte: la spinta italiana per una moratoria all’Onu delle esecuzioni «non è un'iniziativa contro gli Usa», ma un «importante passo di civiltà». E come quella sul ruolo dell’opposizione italiana, che ha votato a favore di «tutti gli atti di politica estera compiuti dal governo». E che quindi «dovrebbe considerare se stessa antiamericana». Ma anche la precisazione sulla vicenda Somalia: l’azione di Washington non si può definire come «l’inizio di un intervento Usa nel corno d’Africa».
Rimangono però in piedi le critiche precedenti. Nelle sue prime dichiarazioni da Doha, il vicepremier non aveva nascosto la sua bocciatura del piano Bush, pur individuandone delle parti «apprezzabili»: la soluzione per l’Irak non deve passare per via militare, ma «attraverso il rafforzamento delle istituzioni irachene e la costituzione di forze di polizia con un carattere multietnico e multireligioso». Lo scontro etnico e religioso «non si capisce come possa essere impedito da un esercito straniero».
Ma una soluzione per il Medio Oriente va trovata prima di tutto all’interno del conflitto israelo-palestinese. Secondo il ministro degli Esteri, si deve «accelerare» l’accordo per la «nascita, entro il 2007, di uno Stato palestinese». E per raggiungere questo obbiettivo sarebbe auspicabile, ha chiarito, dispiegare «una limitata forza internazionale o osservatori dell’Unione Europea» nella striscia di Gaza.