Più nostalgia che risate nel «Cabaret» di Michelle

</B>Ho fatto di tutto, film brutti, di serie A e B, andavo a intuito

da Milano

A differenza della frenetica e rutilante edizione del '92 dove Cabaret, il famoso musical di Ebb e Kander che ha ispirato il film-cult di Bob Fosse, strizzava l'occhio per esplicita volontà del regista di allora e di ora, l'intraprendente Saverio Marconi, al cinema hollywoodiano con tanto di compiaciute citazioni sparse a piene mani tra le note delle bellissime canzoni, l'edizione odierna è un'accorata evocazione, tra divertita e malinconica, di un mondo che non c'è più. Che non è, per intenderci, quello della Berlino degli anni trenta ma quello della commedia musicale provvista dell'immancabile happy end. Come se Marconi guardasse al Cabaret di oggi col gusto rétro e la patina di nostalgia con le quali si produce, si contempla e si promuove quel teatro da camera con musica che tanto deve al suo immediato antecedente cioè all'operetta mitteleuropea. Un genere che, ignoto da noi e poco frequentato anche a Broadway, è invece appannaggio abituale delle sale dorate del West End londinese. Una constatazione o meglio un inoppugnabile dato di fatto che trova un punto d' appoggio nell'anomala struttura di questa commedia sottolineata dalle sette note. Dove gli autori, dimentichi dell'ebrea d'alto bordo Natalie e del suo imbarazzatissimo pretendente al centro della pièce di Van Druten che sta alla base del musical, sostituiscono alla coppia dei fidanzatini travolti dagli eventi del Terzo Reich la coppia speculare di due maturi innamorati. Ossia la briosa affittacamere Schneider, oggi impersonata con verve da Silvana De Santis, tutt'uno al suo silenzioso adoratore Schultz delineato con patetico humour da Gianluca Ferrato. Con l'indubbio risultato, per i fans del celebre film e della sua star Liza Minnelli, di un radicale mutamento di prospettiva. Che porta all'involontario ribaltamento dell'ottica con cui guardavamo ai giochi trasgressivi di Sally Bowles nel Kit Kat Club. Il palcoscenico dove regnava da sovrana assoluta seducendo miliardari dal sex appeal disinvolto da un lato e inducendo in tentazione, dall'altro, lo sparuto aspirante scrittore Cliff Bradshaw. Il personaggio in cui Christopher Isherwood, autore del racconto Addio a Berlino cui si deve la priorità della storia, rispecchiava il suo giovanile tormento nella babele tra le due guerre.
Per fortuna, questa stesura da apologo incline alla lacrima che mette in sordina l'amara favola di costume, contrappuntata da impennate satiriche, della pellicola americana, giova allo spettacolo. Connotandolo di un'eccentrica gaiezza da fiaba infantile annegata tra i lustrini e gli specchi delle fastose scene di Alessandro Camera. Dove si riflette l'acerba impotenza del Cliff di Michele Radice e la grazia sbarazzina di Michelle Hunziker. Una protagonista che, non potendo rifarsi per ovvi limiti vocali al prestigio dell'indimenticabile Liza, gioca le sue carte disegnando un carattere svagato, in bilico tra Cenerentola e la Julia Roberts di Pretty woman.

CABARET - di Ebb e Kander Compagnia della Rancia. Regia di Saverio Marconi, con Michelle Hunziker. Milano, Teatro della Luna fino al 16 febbraio e in seguito dal 6 al 18 marzo.