Più partite, più soldi. Ma il pallone scoppia

Claudio De Carli

«Più si gioca e meno ci si allena, meno ci si allena e meno si impara e meno si impara più ci si infortuna».
Sembra una massima uscita dal diario di un ct metropolitano. È il dogma di Arrigo Sacchi. Infatti è la sua più immediata risposta: «Si gioca troppo? È normale - risponde l’ex ct -, più si gioca e più si guadagna e si rientra dalle spese. Ormai il calcio è retto da una componente politico-economica preponderante, il resto conta meno».
Il calendario non mente, fino alla sosta natalizia non c’è uno straccio di data libera fra campionato, coppa Italia, Champions e Uefa, mercoledì compresi. Al termine della sosta natalizia trionfo: quattro mercoledi in gennaio e quattro turni di coppa Italia, un rientro delirante. Il Milan se dovesse raggiungere le finali di Champions league e di coppa Italia, arriverebbe a disputare 61 partite, escluse le amichevoli. L’Inter una in meno, in quanto non ha disputato i preliminari di Champions ma ha la finale di Supercoppa italiana. Impegni con la nazionale esclusi. Un calciatore arriva tranquillamente a disputare una settantina di incontri l’anno: ce la possono fare solo gli iron man?
«Ma a chi può interessare? - si chiede Sacchi -. Per fare più gare e prendere più soldi dalle televisioni, i club allargano le loro rose, non più venti, ma trenta o più calciatori. Ma qualcuno ha mai fatto due conti? Dieci ingaggi in più giustificano dieci partite in più?». Il ct ha sempre qualche guizzo, anche quando ricorda che al Real si creò una situazione curiosa: «Facemmo due calcoli a inizio stagione e venne fuori che se fossimo arrivati in finale di Champions league, avremmo avuto solo quattro settimane senza impegni». Per fortuna, ma Arrigo ormai non c’era più, la Juve mise fuori i madridisti negli ottavi, e della faccenda non se ne parlò più.
Chi continua a picchiare forte invece è l’avvocato Sergio Campana, presidente dell’Associazione calciatori: «È la richiesta più pressante. Fra i problemi che ci segnalano è secondo solo alle verifiche su stipendi e contratti: i calciatori vogliono una sosta invernale più lunga e chiedono di giocare meno. Anche se in realtà la richiesta è fatta principalmente da chi è tesserato nei grandi club. Non è una considerazione da poco, perché io credo che da questa situazione prima o poi si debba uscire, e credo anche che una chiave sia proprio quella di sensibilizzare tutta la categoria, ma è difficile ottenere il consenso generale quando il problema è sentito solo da tre o quattro squadre su venti».
Ma cosa ha fatto finora l’Assocalciatori? Ha raccolto le lamentele e poi? «Abbiamo sollevato la questione in Consiglio federale prima ancora del Commissariamento della federcalcio perché le pressioni da parte dei calciatori erano tante. Cosa abbiamo fatto? Rispondo per quanto abbiamo ottenuto: no alle partite in notturna al nord da dicembre a febbraio. Abbiamo pensato alla salute dei calciatori. Il resto non è semplice e non sarà facile ottenerlo, credo che indietro non si torni, noi siamo solo dei nostalgici che ricordano la Coppa dei Campioni con una sola squadra per nazione, quella che vinceva il campionato, e allora aveva ancora un senso chiamarla Coppa dei Campioni. Ora chiedo a qualcuno che ha visto alcune gare della prima fase a gironi della Champions league di dirmi cosa ne pensa. Alcune partite sono state inguardabili».
Bene avvocato, vista l’immobilità dilagante, cosa si fa nei prossimi cinque anni pur di non lasciarla vinta ai professionisti del profitto ad ogni costo? «Guardi, le spiego le difficoltà in cui ci muoviamo con la storia della mutualità alla serie B. I club di A hanno detto: benissimo, vi diamo una mano ma voi riducete le rose a 22 calciatori. La norma in Consiglio federale non era passata, ma venne accettata, lasciando a volte anche 4 o 5 calciatori fuori rosa, con contratto quasi sempre rispettato, ma fuori rosa: i soldi sono passati sopra anche al rispetto della professione di quei calciatori che si allenano ma non giocano mai. Vogliamo la serie A a 18 squadre, anche se sappiamo che l’ideale sarebbe a 16. Ci batteremo, ma questa richiesta va presentata come prima sede in Lega, e qui non passerà mai. Ci terremo il nostro calcio scadente e l’alto rischio infortuni che non fanno cassa».