Più petrolio dall’Arabia, ma l’Opec si divide

Il vertice di Gedda si chiude con impegni tecnici. Tensioni nel
Cartello che punta il dito contro la speculazione. Il presidente
Khelil: i prezzi non scenderanno

Milano - Restano chiusi i rubinetti dell’Opec, spaccato tra il fronte delle colombe guidato dall’Arabia Saudita, e quello dei falchi al comando del presidente di turno del Cartello, l’algerino Chakib Khelil. Malgrado il pressing degli Stati Uniti per alleviare la «soma» del caro-greggio a un’economia mondiale già messa in ginocchio dai mutui subprime, sono infatti stati perlopiù di natura tecnica gli impegni sottoscritti al termine della conferenza di Gedda.

L’appuntamento, organizzato dall’Arabia Saudita, aveva visto da subito la contrapposizione sulle ragioni che hanno portato il greggio a sfiorare la soglia dei 140 dollari. I Paesi produttori hanno puntato il dito contro la speculazione: secondo Khelil, infatti, prevedendo il barile a 200 dollari alcuni analisti finanziari si sono presi «gioco del mercato». I Paesi consumatori, Usa in testa, sono invece convinti che a pesare sia l’insufficienza degli approvvigionamenti e che quindi sia necessario aumentare la produzione.

Il summit, dove Riad ha messo in gioco anche il proprio ruolo di Paese guida del Cartello, si è quindi concluso sottolineando sia la necessità di una maggiore trasparenza e regolamentazione dei mercati finanziari, sia quella di accrescere gli investimenti così da aumentare la capacità produttiva e quella di raffinazione. Il vertice, dalle rive del Mar Rosso si aggiornerà entro fine anno a Londra, su invito del premier britannico Gordon Brown. Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola ha invitato a interpretare l’incontro come la conferma della volontà dei Paesi produttori e consumatori di avviare «un processo di collaborazione», ma l’esito raggiunto appare lontano dalle speranze di un intervento immediato nutrite dalle Borse mondiali.

A cui ha risposto al momento la sola Arabia Saudita, da sempre sensibile ai bisogni dell’Occidente. Ryad non solo ha ufficializzato l’aumento della produzione a 9,7 milioni di barili al giorno, ma ha promesso un fiume di greggio nei prossimi anni. Il ministro Ali al-Naimi ha assicurato che il mondo ha riserve per «molti decenni» e che il suo Paese non avrebbe difficoltà ad arrivare a 15 milioni di barili al giorno mettendo a regime alcuni grandi progetti, a patto che la domanda lo richieda. Disponibilità a intervenire anche da parte del Kuwait mentre per un’azione generalizzata si dovrà attendere almeno settembre, quando è in calendario il prossimo vertice Opec. Resta il fatto però che secondo la maggioranza del Cartello è lo stesso livello della domanda a non giustificare un intervento. «La produzione è in equilibrio», ha infatti rimarcato Khelil secondo cui «non ci sarà una diminuzione dei prezzi» del barile.