«Più sicure le banche italiane: hanno sempre misurato i rischi»

L’economista Donato Masciandaro spiega come il nostro modello, meno redditizio, oggi sia una difesa dal «virus»

da Milano

«Sa qual è la differenza tra il sistema finanziario statunitense e quello italiano? Immagini dei vasi comunicanti, pieni di benzina: basta gettare un fiammifero, e si scatena un incendio collettivo. Questo è il modello Usa. Il nostro sistema è invece a comparti stagni pieni di sabbia, una garanzia di maggiore protezione». Donato Masciandaro, docente di economia politica dell’università Bocconi e direttore del Centro Paolo Baffi, ricorre a una metafora per mandare un messaggio rassicurante sullo stato di salute del sistema bancario tricolore. È il giorno in cui l’Europa ha preso atto di non essere immune dal contagio della crisi finanziaria americana, il lunedì nerissimo in cui sono capitolati numerosi istituti di credito, la seduta di Borsa scandita dai crolli a doppia cifra dei titoli bancari, ma Masciandaro non ha dubbi: «Se dovessi stilare una classifica sulla solidità, metterei le banche italiane ai primi posti». Insomma, no panic. Non ce n’è motivo.
Professore, quali sono gli elementi su cui le banche italiane fondano la propria solidità?
«Sostanzialmente due. Le nostre banche sono strutturate principalmente secondo i canoni del modello tradizionale. A differenza dell’America, dove la strategia è basata sul "crea e vendi", in Italia si punta al "crea e tieni"».
Insomma, un modus operandi decisamente meno speculativo e più conservativo.
«Sì, anche perché il sistema bancario italiano ha fatto propria la regola chiave dell’accordo di Basilea 2, che - semplificando - si fonda sul principio di non assumere rischi eccessivi».
Per questo motivo le banche italiane sono però state spesso accusate di essere scarsamente efficienti.
«Ma è proprio grazie a questo problema di scarsa efficienza, traducibile con scarsa remunerabilità, se oggi non siamo sull’ottovolante: l’aver scelto la stabilità, con un’attenta allocazione del credito, risulta ora premiante».
Qual è il secondo scudo protettivo?
«È la Banca d’Italia. L’istituto centrale conosce profondamente il nostro sistema. Un sistema fatto solo di banche, mentre negli Stati Uniti una fetta troppo grande è costituita da strutture non bancarie non regolamentate».
Eppure i mercati stanno penalizzando duramente anche i titoli dei nostri istituti. Non c’è il rischio che questo crescente grado di sfiducia da parte degli investitori si possa estendere anche ai clienti delle stesse banche?
«Credo che l’andamento dei mercati, estremamente volatile a causa dell’alto grado di incertezza, non sia l’indicatore più adatto per dare giudizi sul livello di stabilità del sistema bancario. Trovo comunque irrazionale investire contro le banche. Poi, è chiaro: una piccola cassa di risparmio rischia meno rispetto a un gruppo fortemente internazionalizzato. Ma se il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, spiega che la situazione dei grandi istituti non desta preoccupazione, non c’è motivo per non credergli».
Alcuni economisti sono convinti che la Bce, a fronte del progressivo deterioramento del quadro congiunturale, finirà col tagliare i tassi mettendo in secondo piano i problemi di surriscaldamento dell’inflazione: è d’accordo?
«No, io sono del parere che la struttura dei tassi non vada toccata e che il presidente Trichet debba provare a stabilizzare i mercati continuando a iniettare liquidità. Il controllo dell’inflazione deve restare l’obiettivo principale. La banca centrale non deve aver poteri di supervisione, oppure rischia di essere accusata di venire in soccorso dei gruppi amici. Proprio per questo, la Federal Reserve non è credibile, così come la Banca d’Inghilterra».