Più soldati italiani a Kabul, ma ne torneranno 1.500 dal Kosovo

Nel 2010 l'impegno militare italiano in Afghanistan dovrebbe aumentare. Questo almeno sembra il frutto emerso dal colloquio di mercoledì tra Silvio Berlusconi e Barack Obama, che sarà sancito in occasione della riunione Nato prevista la prossima settimana. Ad essa farà seguito la consueta fase tecnica in cui si definirà chi metterà in campo cosa e quando. Il nuovo sforzo afghano avverrà nel quadro di un riallineamento delle missioni militari italiane all'estero che riguarderà anche il Libano, i Balcani e gli impegni minori. Del resto se gli Usa metteranno in campo 30.000 uomini addizionali, gli alleati Nato dovranno offrirne da 5-8.000.
L'Italia sta completando il rientro dei 400 militari «extra» schierati in Afghanistan in occasione delle elezioni presidenziali, mentre la Brigata Sassari ha dato cambio alla Folgore e si stanno concentrando le forze nella regione occidentale del Paese, con tre «gruppi di combattimento», riducendo la presenza nella capitale Kabul.
Un eventuale potenziamento potrebbe riguardare circa 500 uomini, poco di più del «picco» raggiunto nell'estate 2009. Non è un problema in termini di personale, perché, anche se gli organici delle forze armate continuano a calare (per il 2010 sono previsti 185.500 effettivi contro 188.400 del 2009) l'Italia può inviare all'estero fino a 12.000 soldati in missioni di media durata, 10.000 a lungo termine. La media oggi è di circa 8.500. Anche un incremento di 1.000 uomini in Afghanistan potrebbe esser soddisfatto, considerando il contributo dei Carabinieri.
Questo perché nel corso del 2010 è prevedibile un ridimensionamento delle altre missioni internazionali: la partecipazione alla forza Onu Unifil in Libano, che coinvolge circa 2.200 uomini, proseguirà per ragioni politiche, ma la consistenza del contingente potrà ridursi di 2-300 uomini. Quanto ai Balcani, dove abbiamo quasi 2.000 militari, la Nato prevede una rapida riduzione dei 12.600 uomini assegnati alla Kfor. Si vorrebbe scendere a 3.200 unità entro la fine del 2010, con il ritiro scaglionato a gennaio, giugno ed ottobre. Per l'Italia questo significa poter rimpatriare fino a 1.500 soldati. Inoltre è in corso una revisione generale degli impegni militari e di cooperazione militare all'estero. Perché ci si rende conto che conviene concentrare le risorse e le sforzo in alcuni teatri chiave, ottenendo il massimo ritorno strategico e politico, piuttosto che disperderle in mille rivoli.
L'Afghanistan potrebbe dunque diventare il teatro principale di operazioni, considerando anche che se così non sarà il ruolo italiano nel Paese potrà subire un drastico ridimensionamento in termini di livello di comando, aerea di responsabilità e rilevanza politica. In pratica: se non aumenteremo lo sforzo dovremo lasciare spazio a chi è disposto a farlo. Germania e Usa in primis. Se si deciderà di fare «massa» in Afghanistan occorrerà anche rivedere la configurazione del contingente, i mezzi e i sistemi d'arma a disposizione e rendere ancora più efficaci regole di ingaggio e compiti. Si può fare.
Il vero scoglio è quello economico: nel 2009 le missioni internazionali sono costate quasi 1,5 miliardi di euro. Il ministero dell'economia per il 2010 non vorrebbe andare oltre 1 miliardo, utilizzando i proventi dello «scudo» fiscale. Riducendo i numeri nei Balcani e in Libano si risparmierà, ma la missione in Afghanistan è la più costosa, non fosse che per ragioni geografiche. Tuttavia l'Italia non può permettersi, dopo ciò che ha investito, anche in termini di caduti e feriti, di compromettere il suo status per motivi di bilancio. Crisi o non crisi i partner Nato faranno la propria parte. L'Italia non può essere da meno.