Più soldi a chi ci difende: meritati e spesi bene

Caro dottor Granzotto, concordo pienamente con il lettore che si duole per la modestia delle somme corrisposte agli agenti di polizia per gli straordinari. Vorrei solo aggiungere che ai miei tempi (è il caso di dire «ai miei tempi») gli straordinari non venivano pagati; che il riposo settimanale è stato introdotto nella seconda metà degli anni ’50, ma se ne è potuto usufruire solo per un certo tempo; che allora la libera uscita durava tre ore e riguardava tutto il personale non sposato (bisognava attendere il ventottesimo anno per poter inoltrare la domanda). Eppure allora non ci lamentavamo.



I tempi cambiano, caro A.P., ma il ragionevole desiderio di veder meglio ricompensato il proprio lavoro, la propria attività, sempre quello rimane. L’ambizione a guadagnare di più e dunque a vivere meglio era nutrita ieri come oggi, salvo che oggi ha assunto nome e forma di rivendicazione. Non credo però che quella degli agenti che si lamentano - a ragione, d’altronde - per gli straordinari assai poco retribuiti sia da riferire alla così detta coscienza sindacale. La cui natura è stata ben rappresentata dai dipendenti dell’Alitalia che festeggiarono il fallimento delle trattative con la Cai. Gli agenti di polizia fanno un duro lavoro, servono fedelmente lo Stato e i suoi cittadini dovendo anche subire, oltre a quella dei delinquenti, l’ostilità, forse addirittura l’odio, del popolo progressista e dal salotto della società civile. Con la coscienza a posto, dunque, ambirebbero portare a casa qualche euro in più, richiesta né illiberale né stravagante. Leggo che nonostante conti e situazione economica siano quelli che sono, nelle pieghe della finanziaria sarebbero stati trovati 700 milioni (più altri 200 che non ho capito bene da dove salteranno fuori) da destinare all’arricchimento - si fa per dire - delle buste paga delle forze armate e della pubblica sicurezza. Soldi spesi bene, su questo non ci piove. Per il resto, escludendo cioè l’aspirazione a guadagnare di più, gli altri tempi erano, come lei scrive, caro A.P., davvero altri tempi. E non solo per gli agenti di polizia. Ricordo molto bene che quando cominciai a lavorare nei quotidiani si attaccava intorno alle 15 (sempre che non si avessero incarichi da assolvere nella mattina) e se ne usciva verso le due di notte. Sette giorni la settimana per 364 giorni all’anno (solo il primo maggio si restava a casa). Anche il Natale, anche il 31 dicembre erano lavorativi. Però, per tacito accordo fra gli editori, a San Silvestro il giornale veniva «chiuso» alle 23, consentendo così a giornalisti e maestranze di brindare al nuovo anno e questo ci pareva già un gran lusso. Eravamo anche privi di un contratto collettivo di lavoro (la trattativa era privata: ti pagavano per quello che valevi, pratica poi liquidata come indecorosa forma di paternalismo). Se poi uno batteva la fiacca o scriveva strafalcioni o mancava la notizia - il temutissimo «buco» - rischiava il licenziamento su due piedi. In quel caso, chi si era messo nei guai passava dal direttore il quale, senza dar tante spiegazioni, gli diceva: «La prego di recarsi alla cassa e prelevare le sue spettanze a tutt’oggi». E finiva lì. Quelli erano i tempi, e mai sentito uno che se ne lamentasse. Poi venne il sindacato che stabilì le regole facendo felici tanti colleghi, affrancandoli dall’insidia del licenziamento in tronco. Venne la «settimana corta», il riposo settimanale e venne anche - mettendo a tempo idee, ispirazione, riflessione e dunque umiliando, io seguito a credere, un mestiere come il nostro - l’orario di lavoro: sette ore e 14 minuti primi. Non uno di più, non uno di meno.
Paolo Granzotto