Piace la Spagna forte e virile del Seicento

La Festa di Roma pare aver trovato la formula per chi cerca la qualità senza velleità. Era facile pensare che ci riuscisse con Scorsese, ma ieri s’è visto che riesce a tenere un livello medio alto anche con sceneggiatori e registi meno noti o sconosciuti fino a ieri, almeno in Italia, come Agustin Diaz Yanes, autore del virile - un evento per un film spagnolo, dopo tanti Almodóvar e almodovarini - Alatriste, tratto dalla serie di romanzi di Arturo Pérez Reverte, imperniati su questo personaggio, una sorta di Ettore Fieramosca del secolo di ferro, il 1600 in cui l’Impero spagnolo controllava anche Milano (si vedano I promessi sposi), ma cominciava a declinare, non essendo riuscito a sconfiggere né gli inglesi né a debellare i protestanti. Esito triste non solo per la Spagna, come sa ogni cattolico che frequenti le istituzioni comunitarie europee. Alatriste è un guerriero, interpretato da Viggo Mortensen. Direte: è americano e ha origini danesi... Ma l’ha reso celebre la serie del Signore degli Anelli. E nel ruolo Mortensen è credibile e sobrio: nulla della sua recitazione evoca i vezzi dell’Actor’s Studio, per fortuna. Quindi - come incarnazione di una Spagna ancora forte, ancora fedele al suo Dio - è credibile e simpatico. Nel finale si troveranno tracce di quello dell’Ultimo samurai di Zwick, che però era un bel finale e meritava d'esser copiato. E poi Mortensen è più credibile nella parte di quanto lo fosse Tom Cruise, che non ha la taglia per percorrere i continenti a colpi di spada.
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Dal film tipicamente europeo al film multietnico indiano: Mira Nair, specialista in esotismi liofilizzati che abbindolano le giurie dei festival (inclusa quella che a Venezia presiedeva Nanni Moretti), ha distillato la solita miscela di India tradizionale in contrasto con gli Stati Uniti pragmatici nel Destino nel nome, anch’esso presentato alla Festa di Roma nella rassegna di punta, Première. Dice la sua pubblicità: «I viaggi più belli sono quelli che riportano a casa». Sì, ma solo quando sono stati viaggi d’emigrazione, come quella di una coppia indiana che ha un figlio a New York nel 1977 e lo chiama Gogol. Il destino del ragazzo ruota attorno al nome, ispirato da quello dello scrittore russo. Che è un pretesto flebile, a dir poco. Per vedere un po’ di Calcutta, il film va bene; per capire l’India, no.