Il piacere di non piacere

Sono preso da una straordinaria nostalgia di me stesso. Non esprimo con ciò un prevedibile delirio di onnipotenza, o un’eccessiva, benché giustificata, considerazione delle mie doti, ma osservo che in questa lugubre campagna elettorale in cui si è ucciso in nome di niente il principio elementare della selezione dei rappresentanti attraverso il confronto dei candidati e la preferenza dell’uno sull’altro (anche per premiare chi merita o chi ha dato miglior prova di sé in impegno politico e in battaglie su valori in cui l’elettore si riconosce), l’unico momento di vita è stata l’invettiva di Berlusconi alla riunione della Confindustria di Vicenza. Al di là dei contenuti, si è sentita la vita, la passione, non la retorica. E si è confermato ciò che avevo anticipato nell’articolo della settimana scorsa sulle regole per il confronto tra Prodi e Berlusconi. Quelle regole sono sembrate il modo per garantire l’equilibrio e la correttezza in un confronto alla pari, pensando a una naturale prepotenza e una migliore consuetudine con la televisione di Berlusconi. In realtà molti milioni di telespettatori hanno assistito a un funerale e hanno visto due contendenti in gabbia. Con un paradosso: il più debole si è sentito protetto nella gabbia e si è bene espresso, il più forte ha subito la mortificazione delle limitazioni di tempo e perfino di espressione e di vitalità del dibattito ed è apparso impacciato, imbarazzato e, sostanzialmente, inefficace. La morale che ne deriva è che Prodi si sente più tranquillo quando è prigioniero e Berlusconi è invece a disagio se non ha la piena libertà d’azione. Che per alcuni è prepotenza, prevaricazione; e invece è semplicemente espressione. È la ragione per la quale noi ricordiamo la grande personalità di Togliatti o di Pajetta o di Almirante, il loro naturale essere uomini di teatro. E, nel teatro, apprezziamo i mattatori: Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Tino Buazzelli. Accentratori, protagonisti capaci di catturare, di avvincere. E cos’è stato, se non questo, Pannella? E quale è stato il momento migliore di Cossiga se non quello delle performance teatrali dal Quirinale? E cosa ha rappresentato nell’arena dei tribunali l’energia irruente, incontenibile di Antonio Di Pietro? Oggi è l’ora degli omogeneizzati, degli automi, degli scolaretti composti. La grande lezione dell’avanguardia del Primo Novecento è completamente dimenticata. L’eroismo, il protagonismo di Picasso, di Diego Rivera, di Majakovskij, una lezione antica di cattivi maestri. Lungi da me accostare Berlusconi a questi formidabili produttori di idee e di emozioni. Ma è certo che il suo protagonismo, talvolta goffo, talvolta come l’albatro di Baudelaire, è nella tradizione della grande politica populistica e della commedia dell’arte, i cui aspetti positivi è difficile ricusare.
Ed ecco allora che, con un doppio colpo di teatro, prima sdegnosamente negandosi con i capricci del vecchio attore non abbastanza applaudito; poi, improvvisamente, irrompendo sulla scena, Berlusconi ha fatto agli industriali un discorso politico pieno di convinta passione, al di là delle ragioni e delle condivisioni, esprimendo la verità. Intendiamoci: non la «sua» verità, ma la verità della forma drammatica nella quale la politica trova senso, come lo trovava un tempo nei comizi delle piazze. E senza la facile retorica populistica, ma con gli argomenti, i principi delle sue convinzioni politiche e delle ragioni stesse della concezione liberale, pur da lui interpretata in modo artigianale, istintivo. È la «forma» teatrale che ha restituito dignità alla politica per mezz’ora, amplificata, come oggi è inevitabile, dalle televisioni.
E anche lo scontro con il silente Della Valle non è stato un prevalere sul più debole, approfittando della posizione preminente del palcoscenico, ma un modo di manifestare la protesta contro l’aristocratica sufficienza di un gruppo di snob supereleganti che stanno a sinistra per convenienza e insieme per senso di colpa. Che non è, di per sé, una posizione esecrabile e neppure opportunistica, ma può determinare l’insofferenza di chi, per essere coerente, non vuole cambiare le carte in tavola e chiede i padroni di qua e gli operai di là per evitare l’inganno di chi si libera la coscienza con l’alibi di una scelta politica a favore dei più deboli essendo lui il più forte. Tutte cose discutibili, e politicamente scorrette, ma che hanno dato, per una volta, in tante settimane, anima al confronto politico. Che non è stato quello televisivo con Prodi, ma quello, intrinsecamente teatrale, davanti alla platea degli industriali. E adesso si potrà discutere sulle ragioni e sui torti, su quello che non ci piace delle cose che Berlusconi ha detto; ma non sul fatto che abbiamo patito, come un’umiliazione, una campagna elettorale senz’anima e senza sangue, mortificando i candidati e riducendo la politica a slogan e simboli di partito. Quello di Berlusconi è stato uno sfogo, probabilmente tardivo per gli esiti che ne deriveranno, e, per alcuni, segnale della consapevolezza della sconfitta. Io ci ho visto il trionfo della mia idea di televisione, di comunicazione nel teatro della vita, senza recitare parti, così come io ho sempre fatto esprimendo il mio pensiero in modo polemico, vibrante, irritante, ma efficace. Per questo ho pagato con querele, con l’oscuramento televisivo, con gli stessi rimproveri di Berlusconi, che si è rivelato mio allievo perfetto (anzi imperfetto), come fu il Cossiga degli ultimi due anni al Quirinale. Sono orgoglioso dei miei due allievi, della loro strafottenza, del loro atteggiamento politicamente scorretto che rappresenta il prevalere della vita contro la forma, della verità contro la finzione. Il vero teatro, infatti, non è finzione, ma vita che si riproduce. E così dovrebbe essere la migliore politica. Ma la fine del «teatrino» (l’opposto del vero teatro) delle finte confidenze e del finto rispetto è nella pretesa di Berlusconi di mantenere le distanze. In quel piccolo capolavoro, non di arroganza, ma di misura delle differenze che è stato il pretendere il lei dall’antagonista Della Valle, e non il facile e confidenziale tu che toglie drammaticità allo scontro. Solo gli eroi antichi nel mito potevano scontrarsi alla pari, dalla loro altezza. I contendenti del nostro tempo non si misurano dal basso di una presunta amicizia, ma dall’antipatia, dalla distanza di abitudini e di visioni. Se ti dichiari mio nemico, non cercare la mia indulgenza. Così Berlusconi si è riappropriato dell’ultimo potere che gli resta: quello della parola, della libertà di non farsi piacere quello che non gli piace, l’orgoglio dell’antipatia contro il vano desiderio (più volte fallito) di piacere a tutti. Così egli è tornato a piacere ai suoi e ha delimitato i confini del suo partito, della sua parte. Forse troppo tardi.