Piaceva perché remava sempre contro corrente

Arrigo Sacchi ct d’Italia più amato dopo Lippi, recentissimo trionfatore di Berlino, ha una spiegazione didascalica che incenerisce l’ennesimo luogo comune. Dalle nostre parti col tempo, caduto il muro ideologico (sacchiani contro anti-sacchiani) che divise la critica, sono in grado di valutare il peso e il contributo dato dall’omino di Fusignano che tanti trionfi addusse ai milanisti e pochi ne firmò sulla panchina azzurra. Con lui alla guida, il club Italia divenne il centro dell’interesse collettivo: ogni convocazione si trasformò in una specie di evento, ogni allenamento seguito e filmato da cima a fondo, ogni scelta tecnica discussa fino al limite estremo dell’insulto. Il suo capolavoro fu il mondiale americano del ‘94. E non tanto perché, come dichiarò facendo imbufalire Bearzot, «era la prima nazionale che giocava senza il libero». La gente comune lo ama e lo considera non certo per la qualità del calcio esibito, modesta, condizionato da un clima e orari impossibili, ma per la capacità di superare ogni tipo di ostacolo (partenza con la sconfitta contro l’Eire, l’infortunio di Baresi alla seconda partita, il cedimento fisico di Baggio in finale), remando contro-corrente. Raggiunse Pasadena dopo aver rischiato l’esclusione con la Nigeria: ottenne un risultato insperato non per le virtù tecniche del gruppo ma grazie al temperamento da guerrieri scavato in ciascuno degli azzurri. Si fermò a un rigore dal trionfo e invece di piangere e prendersela col destino cinico e baro, disse: «Il Brasile ha meritato più di noi». Provò a rifarsi nel 2006, in Inghilterra. Quella Nazionale giocò meglio ma uscì al primo turno, sbavando, con Zola, un altro rigore contro la Germania. Neanche allora mi risultò sconfitto.