La piaga del "carcere breve". Stupratori liberi dopo 7 mesi

Nelle celle un turn over continuo: dei 90mila arrestati nel 2005, in prigione oggi ne sono rimasti quattromila

da Roma

Carcere: gente che va gente che viene. Anche per i reati più gravi si resta dentro per poco. Quel poco che basta ad apprendere qualche trucco dai criminali più esperti ma che invece non basta a garantire la riabilitazione del detenuto. Per la rapina 142 giorni, poco più di 200 per la violenza sessuale, appena 65 per il furto e soltanto 329 per associazione allo scopo di trafficare in stupefacenti.
I dati sono quelli forniti dal Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, che ha condotto un’indagine interna per verificare quanti detenuti entrati in carcere nel 2005 siano ancora dietro le sbarre. Degli 89.500 entrati nel corso di quell’anno meno di 4.000 erano ancora dentro lo scorso giugno. Ed è proprio la rapidità del turn-over a preoccupare il direttore generale dei detenuti e del trattamento Sebastiano Ardita. Impossibile in queste condizioni attuare quanto richiede l’articolo 27 della nostra Costituzione, ovvero che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
Impossibile in un contesto che ormai non garantisce più né la certezza della pena né la stabilità della detenzione. Aumentano i reati commessi, ed in particolare si ripetono sempre gli stessi tipi di reato.
Tutto questo scatena un flusso continuo di entrata ed uscita dove la detenzione si riduce ad un veloce passaggio e che soltanto in minima parte è frutto dell’indulto, promosso la scorsa estate dal Guardasigilli, Clemente Mastella. Soltanto in 10.000 infatti sono usciti grazie a quel provvedimento, mentre 70.000 sono stati liberati per altre ragioni: misure alternative, scadenza dei termini, espulsione, libertà condizionata.
Le conseguenze sono gravissime e inficiano il principio stesso sul quale dovrebbe basarsi la pena detentiva. Le carcerazioni brevi, sostengono dal Dap, non sono «idonee a determinare processi rieducativi o riabilitativi». È necessario dunque «porre rimedio ad un sistema penale che prevede il carcere per molti e per poco tempo» e che così finisce per diventare «un luogo di creazione di ulteriori danni per la società».
Il carcere mordi e fuggi diventa una sorta di «grande caserma di polizia dove è facile entrare e ancor più facile uscire, senza avere avuto il tempo di imparare nulla ma soltanto di conoscere le persone sbagliate». Il periodo di detenzione insomma si trasforma in una sorta di stage di criminalità dove ci si può aggiornare sulle ultime novità.
Certamente nei 65 giorni di media di permanenza per gli arrestati per furto non si può pensare ad una rieducazione del reo. Altrettanto si può dire per i 211 giorni affibbiati in media agli stupratori, ai 76 per la ricettazione o anche ai 436 giorni per i mafiosi.
Che risposta pensa di dare l’amministrazione penitenziaria ad una situazione insostenibile dove il carcere invece di essere luogo di rieducazione diventa addirittura «scuola di criminalità»?
Ardita sottolinea come sia difficile agire su un contesto composto per due terzi da detenuti in attesa di giudizio e per il resto da condannati che trascorrono soltanto brevi periodi in carcere. Un’emergenza continua da fronteggiare sulla quale l’amministrazione penitenziaria interviene con provvedimenti come le regole di accoglienza per i nuovi giunti tese ad evitare atti di autolesionismo e suicidi oltre all’apertura del call center e all’informatizzazione degli archivi gestiti dagli stessi detenuti. È necessario, però, sottolineano dal Dap, un intervento politico organico che sgravi il carcere della missione impossibile di risolvere con una manciata di giorni di detenzione problematiche connesse ad un disagio presente già fuori dalle mura della prigione.