Il piagnisteo di Santoro: perde 800mila spettatori ma urla al boicottaggio

Il flop di Michele: <em>Servizio pubblico</em> crolla all'8%. E il conduttore minaccia querele a chi lo accusa di autopromozione. Il pubblico, però, è stufo

Roma - Un calo verticale, un pezzo (di share) alla volta. Prima puntata 12 per cento («ho rivoluzionato la tivù!»), seconda puntata 10,4%, terza 9,7%, quarta (l’atroieri) 8% (370mila spettatori persi in una settimana, 800mila dal debutto). Diciamo che non ha avuto un colpo di fortuna Santoro a veder coincidere il lancio del suo programma multipiattaforma con le dimissioni di Berlusconi, promotore indiretto degli ascolti di Santoro&company. La partenza su La7 di un ex della sua scuderia come Corrado Formigli, che si muove attorno al 5%, una media buona, neppure ha giovato all’ex conduttore di Annozero. Che continua ad attirare meno audience. In compenso, ogni foglia che si muove è complotto contro il suo programma. Prima un ripetitore manomesso a Trento (sì, ma quello che trasmetteva Radio Maria...), ora l’Auditel che il venerdì mattina tarda, proprio da quando il giovedì c’è Servizio pubblico (pubblicizzatissimo da Repubblica.it e Corriere.it), ritarda a pubblicare i dati. «Un fatto allarmante, si teme Santoro?» domanda insinuante Flavia Perina, ex missina del Fli, mentre il casiniano Rao sospetta trucchetti. La realtà sembra molto più banale, perché basta un cambio di palinsesto in uno solo dei canali locali che dovrebbero trasmettere Santoro ma poi magari mandano dell’altro (cosa che succede ogni giovedì, tra Antenna Sicilia e Radio Tele Trentino Regionale ...), e l’Auditel deve ricalcolare tutti i dati (poiché se cambia il panel di riferimento cambia anche lo share, che è una percentuale), impiegando più tempo. Nessun giallo, la stessa cosa è successa in passato - racconta lo storico capo di Auditel, Walter Pancini - con talk show, programmi sportivi, e anche sante messe. Senza che nessuno gridasse al boicottaggio. Ma forse è un modo per generare attenzione su Santoro (da parte dei suoi supporter, non sua ovviamente), specie quando i telespettatori se ne vanno.
Guai a dirlo, però. All’inviato di La7 Alessandro Sortino, che aveva parlato di «panzana» per l’allarme boicottaggio lanciato dopo l’attacco ai tralicci in Trentino, Santoro ha fatto sapere di valutare una querela. Cosa che valuta molto spesso, anche se nessuno può fare altrettanto con lui, sennò è attentato alla libertà di stampa. In una intervista Santoro ha fatto un’accusa gravissima a Mediaset, cioè di aver fatto pressioni su Telecom per mandare all’aria il suo contratto con La7, circostanza totalmente smentita dalla rete Telecom. Un caso di scuola per una citazione in tribunale. Santoro però si è lamentato in diretta, dicendo di essere stato citato in giudizio da Mediaset «perché in un’intervista ho parlato di conflitto di interesse, parlare di conflitto di interesse in questo Paese è complicato». Anche se non è quello l’oggetto della citazione di Mediaset.
E lui dovrebbe saperlo bene, perché è abbonato alle citazioni per danni, in gara con Di Pietro, altro recordman di querele. Solo a Il Giornale Santoro ha chiesto, in dieci anni e con sei citazioni diverse, la bellezza di 1.300.000 euro, più altri 200 milioni di vecchie lire. Ma siamo in compagnia. Da Libero pretende 150mila euro per aver pubblicato il suo numero di cellulare (dopo che ad Annozero era stato mostrato in due parti il numero di Berlusconi). Qualche anno fa citò per danni persino un giornale locale, la Voce della Romagna. Basta anche una semplice imitazione, come quella che gli fece un comico radiofonico, per far scattare la diffida. Parlare di conflitto di interessi in questo Paese sarà difficile, ma anche parlare di Santoro non è uno scherzo.