Il pianista Bahrami: piango per il mio Iran

Il musicista in tour in Italia interpreta il suo ultimo disco dedicato all’Arte della fuga di Bach. Lasciò la Persia all’età di 14 anni

da Milano

Attrae il Bach controcorrente del pianista Ramin Bahrami in tour in Italia con tappa, dopo Milano, a Torino (stasera) e Roma (il 24) per divulgare l’ultima pubblicazione bachiana, per l’etichetta Decca, dedicata all’Arte della fuga. Tempi che a volte si infiammano, lentezze impreviste, gamma di colori inauditi, eppure non c’è nessuna sventatezza nel Bach di Bahrami, regna semmai un senso dell’equilibrio che fa tutt’uno con quello dell’interprete: giovane uomo temprato da un percorso assai intricato. È nato a Teheran, nel 1976, abbandonava la Persia nel 1990 a un anno dalla scomparsa del padre, «dopo sette anni di prigionia, non si sa come sia morto e neppure dove sia sepolto. Mi rimangono le sue lettere», spiega Bahrami.
Perché venne imprigionato?
«Era alle dipendenze dello Scià, aveva progettato scuole a Teheran. Mio nonno era un celebre archeologo, entrambi lavoravano per divulgare la cultura...».
Cosa ricorda degli anni in Iran?
«Il sapore delle noci fresche, le piogge, a volte torrenziali: per miracolo sopravvissi a un fiume in piena che uccise 50mila persone. Ricordo le passeggiate con papà, sulla sabbia del Mar Caspio. Purtroppo questo paradiso che fu l’Iran venne devastato dagli integralisti. Altro ricordo spiacevole, quello della sirena: significava che Saddam stava per mandarci un regalo, nel giro di pochi minuti vedevi una casa saltare per aria».
Cosa sente di dire agli studenti che hanno contestato Ahmadinejad?
«Quando vedo la guardia presidenziale portar via questi giovani, chissà dove, io piango. Fa paura un luogo dove le bocche vengono tappate, fa capire quale disprezzo ci sia per l’uomo».
A questo punto quale funzione assume un artista esule come lei?
«Noi artisti dobbiamo stimolare le emozioni più nascoste. Se solo il Presidente Ahmadinejad volesse scoprire ciò che da tanto tempo non frequenta, forse qualcosa succederebbe».
La Decca per la prima volta incide l’Arte della fuga, una conquista per un giovane pianista come lei...
«Il mio obiettivo è di piegare la speculazione dell’Arte della fuga in comunicazione, vorrei porre in rilievo il senso del bello e del piacere».
Chi è per Lei Bach?
«Sorta di filosofo orientale che viaggia nell’infinito: la sua è una musica senza tempo, pronta a parlare al nostro inconscio. La polifonia, poi, è una lezione di democrazia: tutte le voci parlano senza perdere la propria personalità».