Il pianista idolo dei giovani esordì con cinque spettatori: "Scrivo la musica sui menù"

Giovanni Allevi ha già venduto 400mila
Cd. Fa il tutto esaurito
dagli Usa al Giappone
Merito del gatto Bemolle
e di un anno di pranzi
solo con tonno in scatola
Ora arriva il nuovo libro

Il Fenomeno Transgenerazionale piace ai figli, ai genitori, ainonni,aibisnonni. Quando si mette al pianoforte e suona L’orologio degli dei, Aria, Panic, le musiche che sono filtrate da quel rovo di ricci in cuihanascostola testa, gli «alleviani» - è così che si chiamano fra di loro - trattengono il respiro, molti piangono. Qualcosa d’incomprensibile, mai visto prima, a parte Mozart. Lo fermano per strada, gli strappano autografi, lo accarezzano, lo baciano. Giovanni Allevi non prova neppure a sottrarsi, anzi si dona come un agnello sacrificale. Ho visto una signora dal piglio severo, sedicente seguace di uno sciamano della Mongolia, afferrargli con forza le mani per infondergli le energie cosmiche del Tudup emneer, che non so cosa sia ma deve far benone, perché alla fine gli ha urlato: «Non avere paura, Giovanni! Non morirai!».

In un liceo di Ascoli Piceno, la sua città natale, una studentessa gli ha fatto firmare l’etichetta di una bottiglia vuota su cui aveva scritto: «Contiene aria che è stata attraversata dalle note di Giovanni Allevi». A un concerto una ragazzina l’ha costretto a schioccarle un bacio sulla guancia, poi ha applicato sulla pelle un pezzo di nastro adesivo, l’ha strappato e l’ha esibito alla folla adorante: «Ho il Dna di Giovanni Allevi!».

Persino i 12 apostoli dell’omonimo premio letterario veronese ispirato da Orio Vergani, consegnato pochi giorni fa a Giovanni Minoli per il libro Opus Dei, si sono trovati d’accordo - dopo 30 edizioni che avevano iscritto nell’albo d’oro nomi come Gianni Brera, Egisto Corradi, Giovanni Mosca, Claudio Magris, Enzo Bettiza, Paolo Mieli - nell’istituire un «Riconoscimento all’arte» di questo trentanovenne. Come abbia fatto a conquistare i 12 giurati refrattari alle mode, fra i quali ieri spiccavano Indro Montanelli, Enzo Biagi e Cesare Marchi, oggi Ferruccio De Bortoli, Sergio Romano e Vittorio Zucconi, rimane un mistero.

La trappola emotiva dev’essere ben congegnata se c’è cascato financo Giorgio Napolitano, classe 1925: al Teatro delle Muse di Ancona, dopo aver ascoltato l’Inno delle Marche composto da Allevi, il capo dello Stato ha infranto il cerimoniale ed è scattato in piedi per andare a stringere la mano al maestro,«e io per allungargli la mia mi sono dovuto inginocchiare sul palco davanti al presidente».

Ma non fu sempre così per questo musicista, diplomato in pianoforte e in composizione col massimo dei voti e laureato con lode in filosofia, che si definisce «cespuglio pensatore». La memoria torna al 9 aprile 1991, giorno del suo ventiduesimo compleanno: «Napoli, primo concerto lontano da casa. Trasferta in treno, da solo. Smoking comprato per l’occasione. Entro in sala e conto: cinque persone. Una signora del pubblico, dolcissima, cerca di mettermi a mio agio: “Se crede, può anche non suonare, fa lo stesso”. Riesco solo a balbettare: ma no, già che ci siamo... Alla battuta 22 della Sarabanda di Bach entra una coppia elegantissima. Lui dicea lei: “Ma non c’è nessuno!”. Girano i tacchi e se ne vanno, sento il rumore della porta a vetri che sbatte. Vorrei morire. Mi aggrappo alle note. Alla fine parte l’applauso. Sono cinque ma è fortissimo, non finisce più. Cinque: il mio pubblico. Provo una commozione violenta. Me li bacio uno per uno con  lo sguardo. Ilconcerto era gratis. Avevo speso tutti i soldi per il viaggio. Passai la notte in smoking nella sala d’aspetto della stazione, fra barboni e prostitute».

Quindici anni dopo, ancora a Napoli, AuditoriumScarlatti, prima tappa italiana del No concept tour. Neppure un biglietto invenduto. Alla fine del concerto una signora si fa largo tra centinaia di ragazzi: «Maestro, voi siete sempre così bravo! Solo che l’altra volta eravamo in cinque a sentirvi...». Senza quei cinque non sarebbe mai arrivato ai 50.000 di piazza del Duomo a Milano. Senza quei cinque quest’estate non avrebbe registrato 25 tutto esaurito nelle città italiane dove ha presentato Evolution, il suo sesto Cd. Senza quei cinque non avrebbegià fatto quattro tournée in Cina e nell’agosto scorso non lo avrebbero chiamato nella Città Proibita di Pechino a tenere il concerto delle Olimpiadi accompagnato dalla China philharmonic orchestra.

Senza quei cinque non avrebbe già venduto 70.000 copie di Evolution, e prim’ancora 150.000 di Joy, 90.000 di No concept, 80.000 di Allevi live, record impensabili per un pianista. Senza quei cinque non avrebbe suonato per ben tre volte, solo posti in piedi, al Blue Note di New York dov’erano di casa Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Mile Davis. Senza quei cinque non sarebbe in partenza per il Giappone, dovesi esibirà il 4 novembre a Nagoya, il 6 a Yokohama e il 9 a Tokyo. Senza quei cinque Allevi non avrebbe mai scritto La musica in testa, 9 edizioni, 60.000 copie vendute, e In viaggio con la Strega, che uscirà sempre da Rizzoli il 26 novembre.
Luca Goldoni dice che lei suona come parla e parla come suona.
«Ha ragione. C’è un istinto musicale anche nel mio linguaggio. Sembra semplicità, invece è complessità risolta. La sublimazione dell’imperfetto. Basta con la perfezione! Non se ne può più».
Non ha paura che questo successo travolgente finisca?
«È la mia ansia perenne, il mio lato oscuro. Quattro giorni la settimana mi chiudo in me stesso e non penso ad altro. Io so soltanto comporre e suonare. Se il pubblico mi abbandona, non ho poltrone a cui aggrapparmi, perché mi sono sempre tenuto lontano da logiche di potere. E di gente in giro che spera nella mia fine ce n’è parecchia, non creda».
Di chi sta parlando?
«Sul mondo accademico ho avuto un impatto devastante. Come l’Islam sulla civiltà occidentale. Mi considerano il risultato di un’esplosione di follia collettiva. Per loro sono un finto umile che s’approfitta dell’ignoranza delle platee».
Faccia qualche nome.
«Enrico Girardi del Corriere della Sera sostiene che rappresento il peggio della musica italiana d’oggi, che sono un bluff come compositore e un pessimo pianista. Luca Francesconi, direttore del settore musica della Biennale, ha dichiarato che la mia è finta musica classica, che arrangio il già noto solo per vendere».
Invece che musica è?
«Musica classica contemporanea. Il fatto che sia molto amata non contrasta con le sue origini cólte. Non ho mai usato la contaminazione, non ho arrangiato Bach per la sigla di Quark, nei mie brani non ci sono note di batteria, bassi elettrici o chitarre distorte. Evolution l’ho realizzato con un’orchestra sinfonica, i Virtuosi italiani».
Fedele alle origini familiari.
«Sì, mio padre Nazareno è clarinettista, mia madre Fiorella cantante lirica, ma entrambi hanno dovuto adattarsi a fare gli insegnanti. È il dramma di migliaia di musicisti. I miei genitori non volevano che suonassi. A 4 anni ho trovato la chiave del pianoforte di casa, un Beckstein, e a 6 ho cominciato ad ascoltare in loro assenza la Turandot, tutti i pomeriggi».
Come ha esordito?
«Nel 1991 sono partito per la naia: Car aOrvieto, poi nella banda dell’esercito alla Cecchignola di Roma. Mi hanno messo alla maggiorità. Davo da mangiare a Bemolle, il gatto del comandante della caserma, e pulivo l’ufficio del direttore della banda. Lì dentro c’era un pianoforte. Il tenente colonnello s’accorse che lo suonavo di nascosto fra una spolverata e l’altra ed ebbe l’idea un po’ folle di farmi diventare il solista della banda. Andai in tournée nei teatri per i restanti sei mesi della leva. Suonavo la Rapsodia in blu di Gershwin e il Concerto di Varsavia di Addinsell».
E poi i primi successi con Jovanotti.
«Secondo lui dovevo sentirmi come un calciatore convocato nella nazionale. Quando decisi di andarmene per la mia strada, ci rimase male».
Più sentito?
«Mi manda qualche Sms. Solo saluti. Congratulazioni mai».
Ha sempre avuto i capelli come l’omino dei lampostyl Presbitero?
«No, li ho sempre avuti cortissimi. Me li sono fatti crescere dal giorno del trasferimento a Milano, dieci anni fa».
Usa qualcosa per incrementare la matassa?
«Oddio, ma devo proprio dirlo? Non è pubblicità?».
Che c’entra? Allora anche dire che lei ha inciso sei Cd e scritto due libri è pubblicità.
«Guardi, ho provato di tutto. Alla fine mi sono fermato al balsamo Hydra-ricci della Garnier. Rende il riccio definito».
Perché si stabilì a Milano?
«Volevo diventare pianista e compositore. Mangiare era tempo sottratto allo studio, quindi per un anno ho versato una scatoletta di tonno sopra gli spaghetti appena scolati, ilpiatto più rapido, nient’altro, un fatto di pura sopravvivenza. Mi mantenevo con le supplenze di educazionemusicale o come insegnante di sostegno degli alunni dislessici nelle scuole dell’hinterland, Barona, Parco Lambro, Linate. Distribuivo volantini sui Navigli. E poi facevo il cameriere nei catering».
Per avvicinare Riccardo Muti.
«Anche. Accadde il 7 dicembre del 2000, alla cena di gala della Scala. Mi feci assegnare al tavolo dove il maestro sedeva con la famiglia e altri ospiti.Volevo consegnargli 13 dita, ilmio Cd, ma avevo il problema di dove nasconderlo. Ginevra mi prestò il suo grembiule, che aveva una bella tasca sul davanti. Servivo i vini in guanti bianchi.Il cuore mi scoppiava. Alla fine presi coraggio e gli porsi il disco. Muti ne fu più divertito che sorpreso. Si alzò in piedi, mi strinse la mano. “Pensate, è un pianista, ha inciso questo Cd e s’è travestito da cameriere per incontrarmi!”, si rivolse ai commensali. Poi a me: “Le risponderò sicuramente”. Quando più tardi tornai per sparecchiare, trovai il disco abbandonato sulla poltroncina».
Che tristezza.
«E invece l’anno scorso chi ti vedo in prima fila ad ascoltarmi al Teatro Sociale di Piangipane, a Ravenna? Riccardo Muti! Abbiamo mangiato insieme i cappelletti. Alla fine mi ha chiesto di fargli avere le mie partiture d’orchestra. “Stavolta non le dimenticheremo sulla sedia”, mi ha sorriso la moglie Cristina».
Gliele ha spedite?
«Non ancora. La riverenza mi blocca. Ci ho messo otto anni a capirlo: nella vita artistica non sono ammessi salti. La strada resta quella tracciata dal direttore del conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, che mi sibilò: “Se fossi uno dei miei predecessori, come Ildebrando Pizzetti, la caccerei!”. Mi bocciava alle audizioni libere, salvo poi ricevermi in ufficio per esternarmi la sua ammirazione: “Lei oggi ha suonato qualcosa di... di... di geniale, ecco, a metà strada fra la musica classica e il jazz”. Come ho osato saltare la trafila tradizionale? Prima vinci il premio Busoni, poi entri nel giro delle agenzie che ti ordinano che cosa devi eseguire, infine ilpubblicovanei teatriasentire quello che ha vinto il Busoni. Il guaio è che l’anno dopo il premio lo assegnano a un altro e tu sei tagliato fuori. Ho preferito suonare la musica composta da me. Chopin, il mio idolo, Ravel, Liszt, Debussy facevano lo stesso».
Però non pretendevano una torta al cioccolato nel contratto...
«Devo sempre mangiarne almeno una fetta in camerino prima di andare sul palco. È una coccola per vincere la paura».
Non è il suo unico tic.
«No, è vero. Riservo un giorno della settimana ad attività speciali, tipo telefonare senza motivo a nominativi presi a caso dalla rubrica del cellulare, persone che rimangono sbalordite perché non ho nulla di pratico da dirgli. Oppure annuso tutto ciò che incontro e alla sera stilo una classifica dell’olfatto».
Ha registrato «Joy» senza averlo mai suonato prima, se non nella sua testa. Indro Montanelli faceva lo stesso con i propri articoli: se li recitava mentalmente passeggiando nei giardini di via Palestro, poi andava al giornale e li metteva su carta.
«Quando la musica mi assale, non vedo più le persone, non riconosco le strade diMilano».
Non teme di sprofondare nella pazzia, come il suo collega David Helfgott, protagonista del film «Shine»?
«Il mio amico David è venuto l’anno scorso in Italia. Una delle prime cose che ha chiesto è stata: “Dov’è Allevi?”. Sono andato a sentirlo al Blue Note diMilano. Alla fine del concerto mi ha chiamato sul palco e mi ha abbracciato. Non si staccava più. “Your music, your music”, la tua musica, continuava a ripetere. Guardandolo, ho visto la fine che farò».
Soffre ancora di attacchi di panico?
«Sì, ma la loro intensità puntiforme è diminuita. Adesso durano un intero pomeriggio e non ho bisogno  dell’ambulanza, la cui sirena mi ha ispirato il brano Panic nella corsa verso l’ospedale. Li considero forze ataviche, cosmiche, chemi trapassano. Non li respingo più. Li accetto e li benedico. Arrivano quando la ragione pretende di capire chi sono, cosa sto facendo, dove sto andando».
E la sua musica? Quella da dove arriva, se l’è mai chiesto?
«È un mistero, un’entità immateriale che entra nelle nostre vite. Per umiltà non voglio pensare che arrivi da Dio. Non mi considero né un tramite con la divinità né un ideale di comportamento. Non capisco niente, non sono niente».
Panico da Borsa mai?
«Non so neppure quanti soldi ho sul conto corrente. Vivo in un bilocale sui Navigli, non ho l’auto, mi piace usare metrò e tram. Mi sento vicino all’umanità dispersa e gettata nell’esistenza di cui parla Heidegger».
Quanto denaro ha con sé?
(Fruga nelle taschee tira fuori un brandello di menù, sul quale ha scritto a matita «Dodici apostoli» e un pentagramma). «Ho solo questo, un appunto che ho annotato ieri sera durante la cena in mio onore. È un procedimento matematico per trasformare le parole in melodia. A ogni lettera corrisponde una nota. Lo usava anche Bach».
Paga tanto di assicurazione per le mani?
«Il mio staff ha provato a telefonare ai Lloyd’s per sottoscrivere una polizza, ma da Londra hanno risposto che farei bene ad assicurarmi il cervello».
A chi deve di più?
«A mia moglie Nada. Ha creduto in me. Èdifficile trovare una persona che crede in ciò che fai».
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