Piano casa, Franceschini: "No, è cementificazione"

Dopo nucleare, giustizia, sicurezza, economia e scuola il segretario del Pd boccia anche l’ultimo progetto del governo. Le "riforme condivise" non sono mai diventate realtà

Roma - «No, no, no». Il governo annuncia un piano-casa per far ripartire l’edilizia segando pastoie e burocrazie? In fondo il settore zoppica e potrebbe far da volano all’intera economia. Ma dal jukebox dell’opposizione parte la solita musica. Non il ballo del mattone ma il disco rotto del «no, no, no». «Si apre una nuova stagione di cementificazione dell’Italia», si è subito spolmonato il leader del Pd Franceschini, sposando la comoda linea politica del bastian contrario.
Dall’energia alla giustizia, dalla scuola alle grandi opere, dall’Alitalia alla sicurezza, la sinistra ha sempre la carta pronta da gettare sul tavolo, il suo particolare jolly: il niet. In fondo che bisogno c’era di fare un governo ombra quando su tutti i grandi temi dall’opposizione arriva sempre e comunque un rifiuto? La proposta alternativa al giusto processo, mirabilmente descritta dal Guardasigilli ombra Lanfranco Tenaglia, è illuminante: «La riforma della maggioranza è in alcune parti dannosa, in altre controproducente». E pensare che per intercettare il voto moderato l’impallinato leader piddino Veltroni auspicava riforme condivise. Maggio 2008: «Confermiamo la nostra disponibilità a convergere sulle riforme per consentire al Paese di marciare più veloce, di essere più moderno». Parola di Walter. Salvo poi gridare ai quattro venti: «Sulla giustizia è difficile trovare un accordo se l’esecutivo insegue solo la separazione delle carriere, lo svilimento del Csm o il blocco sostanziale delle intercettazioni come strumento d’indagine». E ancora: «Il provvedimento sulle intercettazioni sarà un regalo alla criminalità». Una bocciatura a priori.

A proposito di voti: si può provare a far funzionare la scuola, tornando al maestro unico per dare un solo punto di riferimento ai bambini e valorizzare la figura dell’insegnante. Oppure, sull’università, si può tagliare la giungla di corsi inutili e razionalizzare le spese ma la condotta della sinistra sarà sempre quella: rigettare, ripudiare, respingere. «La riforma Gelmini smantella la scuola», hanno urlato ai quattro venti Veltroni e soci.

Ma nel sussidiario dei «no» della gauche c’è pure il capitolo «grandi opere». Il governo mette sul piatto 18 miliardi di euro per azionare la leva delle infrastrutture, dalla Tav al Mose, dal Ponte sullo stretto di Messina? L’opposizione arriccia il naso e fa partire il «no» con l’Alta velocità: «Sono uno specchietto per le allodole di fronte alla crisi». Già, la crisi. Forse abolendo l’Ici sulla prima casa, sostenendo il potere d’acquisto dei meno abbienti con bonus famiglia e social card arriverà qualche sì anche dall’opposizione? Macché. La social card «è soltanto un’elemosina di Stato» e in fondo, parole di Veltroni: «È umiliante per quanti la usano perché nei supermercati vengono identificati come bisognosi».

Sull’atomo è meglio lasciar perdere: getti le basi per aumentare l’indipendenza energetica producendo, entro il 2020, circa il 20% del fabbisogno di energia grazie al nucleare che alla sinistra scoppiano i nervi: «Ennesimo spreco di denaro pubblico». E a proposito di sprechi: con il federalismo, assicurando autonomia di entrata e di spesa agli enti locali, si tira la cinghia sulle uscite dello Stato-Pantalone. Piacerà? No: «Determinerà un aumento di spesa pubblica e burocrazia». E su Alitalia? Salvi la compagnia di bandiera: privata, italiana e con un forte partner internazionale. Volerà un applauso così, per sbaglio... Bersani: «Una soluzione debole e problematica, molto più di quello che avrebbe potuto essere». E te pareva.