Per il piano case basterebbero i fondi del Giubileo

Per la prima volta, da oltre 10 anni a questa parte, il capo del governo italiano ha parlato di un impegno dello Stato per dare case agli sfrattati. È dalla fine degli anni ’80, con l’esaurimento del piano decennale di edilizia pubblica varato nel 1978 e con l’attribuzione delle relative competenze dallo Stato alle Regioni, senza adeguato trasferimento di risorse finanziarie, che l’edilizia popolare in Italia era rimasta terra di nessuno. L’area del bisogno di abitazioni, non solo per gli sfrattati ma anche per i meno abbienti, secondo una nostra stima, si aggira attorno all’1%. Ma, non di meno, non è cosa trascurabile.
In Italia esiste una quota del 19% di case in locazione che il nostro Paese, per assicurare la necessaria mobilità delle forze di lavoro e di studio, dovrebbe elevare, per portarsi al livello degli altri Paesi europei avanzati (Germania 55%; Francia 40%; Olanda 46%; Svizzera 55%; Gran Bretagna 32%) incentivando adeguatamente, con agevolazioni fiscali, l’investimento privato nel settore delle case in locazione.
Ma, al di là, permane il bisogno di case per i meno abbienti che non può essere soddisfatto dall’attuale dotazione di case popolari (in Italia esse sono solo il 3% del totale; contro il 16% della Francia, il 10% della Germania, il 12% del Regno Unito).
Questo bisogno, certamente, non si ritrova uniformemente spalmato su tutto il territorio dello Stato, ma si concentra prevalentemente in alcune aree metropolitane dove si registrano i maggiori flussi migratori. Milano, Napoli, Torino, Genova, Roma sono le aree nelle quali si riscontra il più elevato fabbisogno abitativo di tal genere.
Se consideriamo ad esempio la città di Milano osserviamo che essa dispone di un patrimonio di edilizia residenziale pubblica che ammonta a 72mila alloggi pienamente adibiti alla loro funzione. È ben vero che di questi 4.000 sono occupati da abusivi, 4.700 da famiglie di indigenti non in grado di pagare alcun affitto, 3.900 sono inutilizzati per degrado o per rotazione (e quindi necessitano di interventi edilizi di recupero che costano milioni e milioni di euro) e circa alcune migliaia sono occupati da famiglie che hanno perso i requisiti di legge per abitarvi. Ma, con tutto questo, anche ammettendo di utilizzare al meglio questa disponibilità, non si sarebbe in grado di fronteggiare il fabbisogno abitativo sociale stimato dal Centro studi del Pim (Piano intercomunale milanese) in circa 47.000 alloggi così suddivisi: 19.000 per fabbisogno arretrato, 12.000 per fabbisogno insorgente, 7.000 per fabbisogno aggiuntivo per immigrati in via di stabilizzazione e 9.000 per domande di lavoro o studio.
Certamente, a realizzare questo programma costruttivo per la dotazione di tale stock abitativo, sia pur differenziale, non deve provvedere esclusivamente l’operatore pubblico, ben potendovi essere chiamati, previ opportuni incentivi, anche i risparmiatori privati. Ben diversi dai collettori di risparmio nell’immobiliare - quali sono i fondi immobiliari - che oggi beneficiano ingiustificatamente di trattamenti fiscali privilegiati. Mentre poi nella Finanziaria 2005 è arrivata una pesantissima stangata fiscale per le imprese che danno in affitto le abitazioni.
Ritornando alle parole di Berlusconi. Non è affatto utopistico pensare che in Italia si possa riuscire a dar la casa a tutti i poveri. Perché queste dichiarazioni non rimangano proclami, basterebbe un impegno statale straordinario, in termini di investimenti diretti e di agevolazioni-volano, pari a quanto è stato il contributo stanziato in favore della città di Roma per il Giubileo del 2000 (che ammontava ad attuali 3 miliardi di euro); e si darebbe una seria e positiva svolta alla politica abitativa del nostro Paese.
*presidente Assoedilizia