Piano Chrysler per resistere alla crisi

Ferragosto di lavoro per Sergio Marchionne. E non c’è da stupirsi. Negli Usa, dove si trova da giorni, il 15 agosto (oggi) è un giorno come tutti gli altri e anche se non lo fosse stato, l’amministratore delegato di Fiat e Chrysler l’avrebbe trascorso in ufficio o in volo. Da fare, per Marchionne, che nell’organigramma da poco reso noto si è riservato la guida delle attività nordamericane del gruppo automobilistico, ce n’è parecchio. Dai negoziati sindacali con l’Uaw, negli Stati Uniti, per il rinnovo del contratto triennale di lavoro in scadenza a settembre, alla situazione del mercato Oltreoceano vista dagli analisti con una certa preoccupazione alla luce delle nubi che si sono addensate sull’economia del Paese; senza dimenticare le incombenze in Italia (l’acquirsi degli attriti con la Fiom, il futuro del gruppo dentro o fuori Confindustria, le vendite di veicoli al palo) e nel resto del mondo (le incognite sull’andamento delle consegne nel secondo semestre in Europa, la sfida in Cina).
Tanta carne al fuoco, dunque, a partire dai primi segnali negativi che arrivano dagli analisti negli Usa con il taglio delle stime per il 2011 (Jd Power) da 12,9 milioni di unità a 12,6. Lo stesso istituto ha abbassato da 14,6 a 14,1 milioni le previsioni anche per l’anno a venire. La domanda di auto, secondo gli osservatori americani, rimarrà stagnate a causa delle preccupazioni dei consumatori per il rallentamento dell’economia e le forti oscillazioni dei mercati azionari.
In casa Chrysler la situazione è monitorata con attenzione: finora le vendite di veicoli sul mercato domestico sono andate bene (+20% in luglio e +21% nei sette mesi, con un exploit del marchio Jeep: +49% da gennaio). A rendere tranquillo Marchionne è il fatto di aver organizzato un piano capace di far fronte anche a un possibile «tsunami» della domanda. Chrysler, del resto, può permettersi di dormire sonni più tranquilli rispetto alla General Motors, avendo rimborsato per intero il finanziamento ottenuto dalla Casa Bianca. Gm, al contrario, è alle prese con il proprio titolo che a Wall Street si è più che dimezzato. Ed essendo debitrice ancora con Washington, deve solo auspicare che le azioni riprendano quota: se la Casa Bianca si disfasse ora della partecipazione in Gm perderebbe, di fatto, 14 miliardi di dollari.
I negoziati con il sindacato Uaw non dovrebbero creare problemi a Marchionne. L’organizzazione si è depotenziata non poco dopo la crisi del 2009 che ha ridimensionato, se non azzerato, molti privilegi dei lavoratori Usa, gli stessi che hanno portato l’industria dell’auto sull’orlo del precipizio. Oggi i nuovi assunti percepiscono meno della metà del salario di un operaio anziano. Marchionne, forte anche dei buoni rapporti instaurati con i vertici dell’Uaw e degli accordi blindati sottoscritti, ha già messo le mani avanti, facendo capire che la strada da seguire è una sola (quella che dice lui): «O si fa così oppure...». Il sindacato guidato da Bob King punterebbe, in questa trattativa, ad avere maggiori garanzie e coperture a proposito della salute dei lavoratori, nonché a definire la partecipazione agli utili delle maestranze.
Ma un primo grosso risultato, non riguardante le case Usa, sarebbe già stato ottenuto: la sindacalizzazione delle fabbriche giapponesi (i cosiddetti transplant) in territorio americano. Una svolta annunciata dallo stesso King e non smentita dai direttori interessati: «Il mondo cambia - ha detto un manager di Toyota Nordamerica - e, ovviamente, cambiamo anche noi».