Il piano della Clinton: trasformare la Siria nella Libia

Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Ma Hillary Clinton e gli alleati di Londra e Parigi non sembrano averlo capito. E allora rieccoli ai blocchi di partenza pronti a scatenare un altro disastro in stile libico. Lo scenario è lo stesso. Come pure le approssimazioni, errori e superficialità. S'incomincia anche stavolta dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Oggi il Segretario di Stato americano ci va di persona per tenere a battesimo la messa ai voti di una bozza di risoluzione. A scriverla c'han pensato, anche stavolta, gli alleati di Londra e Parigi. Solo che stavolta il rischio è molto più grosso. L'impresa di Libia, alla fin dei conti, ha condannato al caos e alla divisione un solo Paese.
L'intervento in Siria rischia di trascinare verso l'instabilità e la conflittualità permanente l'intera regione mediorientale. Già le premesse non sono incoraggianti. La bozza di risoluzione scritta da Londra e Parigi si basa sul piano dalla Lega Araba che chiede le dimissioni del presidente Bashar Assad e la formazione di un governo provvisorio. Ma per capire quanto valgano i piani della Lega basta dare un'occhiata a com'è finito l'invio di osservatori sponsorizzato dai Paesi arabi. Anziché favorire l'avvio di un negoziato ha fomentato le velleitarie iniziative di un'opposizione armata illusasi di poter approfittare degli osservatori per lanciare l'affondo finale contro il regime. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I rivoltosi rischiano di venir fatti a pezzi prim'ancora che il Consiglio di Sicurezza riesca a mettere ai voti uno straccio di risoluzione. Il fermento insurrezionale ha inoltre inasprito le differenze tra le varie fazioni. Il Consiglio Nazionale Siriano, controllato dai Fratelli Musulmani, sogna di poter usufruire, come in Libia dell'appoggio della Nato e del Qatar. Le forze laiche e moderate rappresentate dal Comitato di Coordinamento Nazionale vedono come fumo negli occhi un intervento straniero che favorirebbe solo i Fratelli Musulmani.
A render tutto più complesso e pericoloso contribuisce l'incognita iraniana. Il regime alawita di Bashar Assad è, da 30 anni, il perno geografico di quell'asse sciita che garantisce ai pasdaran il controllo della milizia libanese di Hezbollah e di quella palestinese di Hamas. Votare una mozione che preveda surrettiziamente un intervento militare basato su una «no fly zone» in stile libico o sulla creazione di «aree di sicurezza» significa giustificare l'intervento aperto dei Guardiani della Rivoluzione e delle milizie di Hezbollah. Come dire scatenare una guerra regionale. Per fortuna prima di riuscire a legittimare un qualsiasi tipo d'intervento la Clinton e i suoi alleati devono evitare i veti di Russia e Cina. Un anno fa buggerarono Mosca giurando che la «no fly zone» non prevedeva un cambio di regime. Stavolta Mosca non è disponibile a farsi fregare di nuovo. Anche perché appoggiare la caduta del tradizionale alleato siriano significherebbe rinunciare al porto di Tartus, ovvero all'ultima base della marina militare russa nel Mediterraneo. La caduta di Bashar segnerebbe, inoltre, la definitiva marginalizzazione di Mosca nell'ambito delle politiche Mediorientali. Un declassamento che la potenza russa non è certo disposta ad accettare. Dunque almeno per quest'oggi la migliore difesa di Bashar non saranno le armate di casa o quelle degli alleati di Teheran, ma i veti incrociati di Mosca e Pechino.