Il piano Prato tra imbarazzi e inconfessabili tentazioni

Il Tesoro voleva un approccio delicato Ai sindacati piace la scelta romana

da Milano

Non solo i sindacati da convincere. Ma anche il Tesoro. Maurizio Prato, da poche settimane presidente di Alitalia e già prepotentemente sulle prime pagine, si sarebbe - come dire - lasciato prendere un po’ la mano. Creando qualche sottile imbarazzo in via Venti Settembre, dove avrebbero gradito un approccio più delicato. Al Tesoro smentiscono qualunque incomprensione. Ma il piano industriale messo a punto dal presidente con deleghe operative doveva (semplicemente) traghettare verso una cessione, non sollevare un putiferio al Nord, e spaccare (aeronauticamente parlando) il Paese. Tanta bufera non era prevista e non è stata, a quanto pare, per nulla apprezzata.
Eppure Prato si è mosso con grande dignità. Ha preso alla lettera l’incarico di far sopravvivere la compagnia, tanto alla lettera da volerlo mettere in pratica con decisioni industriali forti. A differenza del suo immediato predecessore, Alitalia Prato la conosce bene da tempo. E si è assunto l’onere di intervenire là dove nessuno finora aveva osato: su Malpensa, sulla flotta, sulla rete di collegamenti, persino - udite udite - sul personale, sempre trattato con assoluta delicatezza. Curiosa coincidenza: arriva un piano veramente doloroso per Alitalia, e non viene proclamato nessuno sciopero (quello «bianco» dei piloti di Az Express viene quasi derubricato dalla categoria a una protesta spontanea). Che cos’è accaduto? I sindacati hanno improvvisamente preso atto, responsabilmente, che per un malato terminale la medicina è solo chirurgica? Macché. Dietro la cautela attendista, al di là delle dichiarazioni di facciata, c’è un inconfessabile tripudio: Alitalia torna a essere romana. Addio faticose trasferte quotidiane di equipaggi, addio nebbie padane. Tutto torna finalmente come prima, quando la compagnia e la Capitale erano tutt’uno. Tagli? Esuberi? I dipendenti e i sindacati di Alitalia vivono con un’intima certezza, che ha sempre indirizzato la sfacciataggine dei loro comportamenti: Alitalia non fallirà mai. Non può fallire. Nel retropensiero dei sindacati si sta insinuando una nuova idea filo-pratesca: il nuovo piano potrebbe anche andare in una direzione diversa dalla vendita. A dispetto di ogni dichiarazione pubblica, qualche dannato marchingegno potrebbe far restare Alitalia sotto un ombrello statale, protettivo e dotato di parafulmini.
Realistico? Difficile dirlo. Ma le pressioni politiche perché Alitalia resti una colonia del Palazzo ci sono, eccome. E se il piano di Prato, con la sua cura dimagrante, fosse in grado di rimettere ordine nei conti, in fondo, sfumerebbe tanta drammatica urgenza di trovare azionisti privati.