Il piano di Sharon: nuovo partito e confini definitivi per Israele

Il premier ha già un progetto alternativo nel caso dovesse perdere le primarie nel Likud e andare al voto anticipato

Gian Micalessin

Attendere, vedere e decidere. Ariel Sharon, il generale bulldozer tiene i motori al minimo, studia l'avversario, prepara i piani. Intorno non soffia aria di vittoria, ma lui non è tipo da bandiera bianca. Qualche sondaggio lo dà già per sconfitto, morto, sepolto. Quello pubblicato ieri dal quotidiano Yedioth Ahronoth tratteggia l'immagine di un Likud in mano all'estrema destra. Il sondaggio raccoglie le opinioni dei tremila membri del comitato centrale, gli oscuri marescialli di partito a cui spetta decidere la data delle primarie, la composizione delle liste e il nome del leader chiamato a correre per la guida del paese. Per quei tremila burocrati Ariel Sharon è un personaggio da museo. Dovessero scegliere oggi, i tremila gli preferirebbero almeno altri undici nomi.
Ariel Sharon è insomma precipitato dal primo al 12° posto nella lista dei leader più considerati dai militanti likudisti. I dati, se autentici, sono un'autentica pugnalata alla schiena. Il premier, fino a qualche giorno fa, sperava ancora di riconquistare il comitato centrale e convincerlo a cancellare o rinviare quelle primarie in cui verrebbe sicuramente sconfitto dal rivale Benjamin Netanyahu. Sperava di farlo mettendo i tremila delegati di fronte all'inevitabile salasso di voti e seggi causato da una sua eventuale uscita dal partito. Ma se lo scontento è talmente consolidato meglio rinunciare, meglio pensare a soluzioni alternative.
Ariel Sharon incomincia dunque a muoversi su due fronti. Da una parte non rinuncia a riconquistare il Likud. Dall'altra studia la strategia per presentarsi alle elezioni alla testa di una nuova formazione e guidare poi una coalizione di governo con la partecipazione di laburisti e laici dello Shinui. Le linee guida di questo piano alternativo emergono dalle indiscrezioni, pubblicate ieri dal Jerusalem Post. Ariel Sharon, secondo alcuni suoi collaboratori, starebbe già lavorando a un disimpegno numero due. Il secondo piano unilaterale di ritiro consentirebbe di mantenere il controllo dei principali insediamenti della Cisgiordania già delimitati dalla «muraglia» di separazione lasciando ai palestinesi circa il 90% della regione. Messo così il piano non sembrerebbe soddisfare nessuno. Né i coloni costretti a sopportare decine di migliaia di sgomberi e lo smantellamento di decine d'insediamenti, né l'Autorità nazionale palestinese obbligata ad accettare un altro piano non negoziato.
Il progetto consente però a Sharon di presentarsi all'elettorato come l'uomo capace di offrire una pace sopportabile e non negoziata con la comunità internazionale. Un argomento più accattivante per l'opinione pubblica israeliana dell'intolleranza dell'estrema destra o dell'eccessiva vaghezza laburista. In fondo Sharon è già riuscito a smantellare 21 colonie di Gaza e quattro insediamenti della Cisgiordania senza serie conseguenze. Da allora - come confermano l'imminente visita all'Onu, l'arrivo in Israele del re di Giordania, il vertice di fine settembre con il presidente palestinese e le trattative con il Pakistan - Ariel Sharon gioca il ruolo di statista internazionale.
Se con quel programma conquisterà nuovamente il paese dopo sarà facile modificarlo o convincere l'opinione pubblica internazionale di essere l'unico in grado di regalare una vera pace al medio oriente. Se invece verrà sconfitto il piano servirà solo a riempire le pagine della sua biografia. Oggi, come in tutta la sua vita, il generale bulldozer ha un solo obiettivo: vincere la battaglia del giorno dopo. Per quella finale basterà poi un pizzico di fortuna.