Il Piano Solo: il padre di tutti i dossier

Un progetto eversivo per "l’enucleazione" di 700 personaggi vicini alla
sinistra, e considerati infidi, venne elaborato in segreto dal
presidente Segni e dal generale De Lorenzo. E scoppiò il primo caso
mediatico che contrappose giornalisti e "servizi"

L’Italia è coerente, nei sospetti e nelle polemiche. Di dossier si parla tanto nell’attuale polemica di palazzo, così come se ne parlò negli anni Sessanta del secolo scorso, quando suonava incessantemente l’allarme su presunti tentativi di golpe: tra i quali primeggiò, per risonanza politica e per risonanza giornalistica, Il Piano Solo che fa da titolo ad un saggio di Mimmo Franzinelli (Mondadori, pagg. 382, euro 20).

Il «Piano Solo» consisteva in una serie di misure contro tentativi di sovversione: tra esse «l’enucleazione», ossia il trasferimento sotto sorveglianza in luoghi remoti, di oltre settecento personaggi ritenuti infidi, prevalentemente di sinistra. La peculiarità del «Piano Solo» consisteva proprio nel fatto che l’avessero progettato, e dovessero eventualmente attuarlo, «solo» i carabinieri. Ne furono tenuti all’oscuro, o in disparte, il governo, la polizia, il parlamento.
Protagonisti di quella vicenda carica di ombre, di equivoci e poi di prudenziali omissis, furono il presidente della Repubblica Antonio Segni e il comandante dei carabinieri generale Giovanni de Lorenzo. Segni, anziano leader sardo della Democrazia cristiana portato al Quirinale da una maggioranza risicata e già minato, in quell’estate del 1964, dalla malattia che l’avrebbe poco tempo dopo folgorato, non voleva il centrosinistra: invece caldeggiato dal Presidente del Consiglio in carica, Aldo Moro. Questa diffidenza per una svolta che pure era già in atto veniva condivisa dal governatore di Bankitalia, Guido Carli, e da ampi settori della Democrazia cristiana.

Per contrastare i pericoli di sovversione era ritenuta essenziale, da chi al centrosinistra si opponeva, l’azione dei servizi segreti. Tra i predecessori di Segni sul colle più alto Luigi Einaudi non aveva voluto contatti stretti con i «servizi». Cui s’era invece molto dedicato, dopo di lui, Gronchi, e cui dopo Gronchi si dedicò Segni.

De Lorenzo, ambiziosissimo e molto abile nello svincolare tra le insidie della politica, era stato capo del Sifar, il servizio segreto militare, prima di assumere la guida dell’Arma. Ma aveva mantenuto una sorta di autorevole supervisione sul Sifar, sui suoi meccanismi, sui suoi fascicoli. Il che faceva di lui uno degli uomini più potenti d’Italia. De Lorenzo aveva fama di ufficiale vicino alla sinistra. Militante della Resistenza e premiato con medaglia d’argento, fu schedato nel dopoguerra per filocomunismo, e si atteggiò a paladino dell’apoliticità delle Forze armate. Alla guida dei carabinieri si dimostrò efficiente, autoritario, non di rado arrogante con tendenza al grottesco. Merita piena citazione, in proposito, una sua circolare: «Mi è stato ripetutamente riferito che in numerose circostanze da parte delle più elevate gerarchie dell’Arma si sono inopportunamente vantate priorità puerili su chi sia il primo carabiniere d’Italia. Chiarisco alle Signorie Loro che finché avrò la carica e la responsabilità di Comandante generale il primo carabiniere d’Italia sono io ed il tentativo di diffondere ogni altra interpretazione di carattere personale è inconsiderato, irriguardoso, oltre che di pessimo gusto. Esigo pertanto che cessi immediatamente».

Su quest’uomo abile ed egocentrico faceva pieno affidamento il Capo dello Stato, impegnato in un estenuante braccio di ferro con lo sfuggente Moro. In una riunione riservatissima nell’abitazione di Tommaso Morlino, notabile della Dc,(16 luglio 1964) de Lorenzo ebbe modo di esporre il suo pensiero sulla situazione: che coincideva pienamente con quello di Segni (proprio da Segni era stata indirettamente provocata l’inconsueta riunione nella speranza che Moro, sconfortato da diagnosi infauste, si dimettesse). Erano presenti Moro, il segretario della Dc Rumor, i capigruppo democristiani di camera e senato Zaccagnini e Gava. È strano che mancassero i ministri della Difesa e dell’Interno, Andreotti e Taviani. Dixit De Lorenzo: «Ci sono delle forti correnti che temono nel centro sinistra un salto nel buio perché la disoccupazione sta avanzando... Vi sono delle prevenzioni ad ogni livello e in ogni classe sociale». Se la collera del Paese fosse esplosa, gli artefici del piano Solo avevano già pronte misure di emergenza per l’ordine pubblico e avevano in mente un governo di transizione guidato dal presidente del Senato, Cesare Merzagora.

Consapevole delle sue cattive condizioni di salute Segni era pronto a una terapia da iniziare il 9 agosto 1964.Per il 7 aveva convocato Saragat, ministro degli esteri, per una valutazione delle nomine diplomatiche. «La tensione sale mentre il presidente scorre la lista delle candidature. Gli aspetti che più lo irritano sono l’assenza del proprio consigliere diplomatico Federico Sensi, che vorrebbe mandare ambasciatore a Mosca, e l’inclusione di Giovanni Saragat, figlio del ministro. La discussione prende una brutta piega. Il Capo dello Stato, con allusione indiretta, sbotta: «Io rispetto la Repubblica, non ne approfitto», e Saragat gli dà sulla voce «Tu proprio tu rispetteresti la Repubblica? E i pericoli che ci hai fatto correre, nella crisi di governo, per le tue trame coi carabinieri?». Segni reagisce: «Come osi rivolgerti così al Presidente... come ti permetti?». Poi crolla esanime. Il successivo sviluppo delle polemiche sul piano Solo fu ispirato in molti dalla volontà di tenere l’invalido Segni fuori dalle accuse. Che si andarono concentrando perciò quasi unicamente su De Lorenzo.

Tre anni dopo i fatti arrivò, con la pubblicazione sull’Espresso diretto da Eugenio Scalfari d’una inchiesta di Lino Jannuzzi, lo scandalo a mezzo stampa. Cui seguì un processo contro i due giornalisti, condannati per diffamazione in danno di de Lorenzo benché il Pm Occorsio ne avesse chiesto il proscioglimento. La sentenza non convinse, fu decisa la creazione d’una commissione parlamentare d’inchiesta a conclusione della quale una relazione di maggioranza riconobbe la scorrettezza di alcuni comportamenti del generale -divenuto nel frattempo parlamentare monarchico- ma negò propositi golpisti. Le relazioni di sinistra invece li avallarono.
Credo sia possibile affermare oggi con ragionevole certezza che il «Piano Solo» non fu un conato di sovversione ma una prova dell’ambizione di De Lorenzo. Mai Segni si propose di cancellare le istituzioni democratiche, semmai temeva ossessivamente il loro crollo. L’impronta reazionaria del piano, con le centinaia di enucleandi potenziali, era evidente. Obbediva tuttavia al timore per una presa di potere della sinistra, non alla volontà di instaurare un regime autoritario.

Dall’eccellente analisi di Franzinelli emerge che povera e inquinata cosa fossero i servizi segreti, che desolante spettacolo fosse quello offerto dai vertici militari. Gli alti papaveri dei “servizi” volevano far carriera ingraziandosi i politici di rango, e sfamando la loro voglia inesauribile di pettegolezzi. I capi delle Forze Armate, divisi da rivalità meschine, si battevano per le poltrone, non per la Patria. Così ieri, oggi non so: ma spero che qualcosa sia cambiato.