Pianti e applausi tra i militanti: "Torna la fiamma spenta a Fiuggi"

Un’ovazione accoglie l’ex premier. Poi l’attacco a Fini: "Per nessuna poltrona siamo disponibili a rinnegare i nostri ideali"

da Roma

Il giorno dell’orgoglio della Destra lo apre, come solo lui sa fare, Teodoro Buontempo. Che con gli occhi lucidi va subito al punto: «Quando a Fiuggi fu spenta la fiamma piangemmo lacrime di dolore, oggi riaccenderemo la fiamma e piangeremo lacrime di gioia». Ovazione.
Riuniti al palazzo dei congressi dell’Eur ci sono tutti i delusi di An ma anche molti giovani pronti a seguire Storace e compagni nell’avventura di «ridare all’Italia» un partito che sia effettivamente di destra». Con pochi nostalgici se durante l’inno di Mameli si scorgono meno saluti romani di quante croci celtiche si vedono di solito a una manifestazione di Alleanza nazionale. E in scena va un misto di orgoglio del Msi - con ovazione a donna Assunta Almirante, seduta in prima fila, e karaoke collettivo sulle note di Il domani appartiene a noi, storica canzone della Compagnia dell’Anello, carissima alla destra degli anni Settanta - e la politica nostrana. Con bordate di fischi a ripetizione quando Buontempo cita Scalfaro, Ciampi e Colombo, «padri della patria che hanno sempre taciuto storie drammatiche come quella di Fiume, della Dalmazia e delle Foibe». Come pure chi siede sui colli di Roma (chiaro il riferimento al capo dello Stato) «non pensi che ci dimentichiamo dei suoi applausi ai carri armati in Ungheria». Fischi che diventano assordanti quando «er pecora», come lo chiamano a Roma, dice di non aver ancora capito «cosa ci faceva Scalfaro con quei cento milioni al mese che gli passavano i Servizi». E che diventano un boato quando traccia la strada della Destra: «Siamo nati per sostituirci ad An».
Un partito, quello di Storace, che a oggi conta su quattro deputati, tre senatori e un europarlamentare. E su questa miscela tra passato, presente e futuro che scorre tutta sul maxischermo dietro al palco, dove si sovrappongono i volti di Tolkien, Almirante, Benedetto XVI e di tanti altri ancora. Una miscela che da ieri ha pure un altro elemento esplosivo, quella Daniela Santanchè che Storace presenta come «un vero uomo che non ce l’ha di velluto» (battuta che fa il verso a quella dell’ex deputata di An che aveva dato del «palle di velluto» ad alcuni suoi colleghi di partito). E che alzatasi in piedi a salutare i militanti incassa un’ovazione che si avvicina a quella riservata all’ingresso di Berlusconi, ieri in prima fila a benedire l’assemblea costituente della Destra.
Sullo sfondo restano An e Fini. Al punto che Storace non ci gira neanche troppo intorno quando punta il dito contro chi, «pur di fare il ministro degli Esteri», ha deciso di «staccare il biglietto e volare a Gerusalemme per definire il fascismo il male assoluto». Noi, aggiunge, «per nessuna poltrona siamo disponibili a rinnegare i nostri ideali».