Il pianto delle «sue» suore «Per noi era una figlia Ora è nelle mani di Dio»

LeccoÈ un vuoto, uno strappo, un dolore. Un rosario sgranato tra le dita di suor Albina, suor Rosangela il cappellano e le altre sorelle dell'Ordine delle Misericordine che hanno accudito Eluana Englaro per 14 anni. La videro arrivare alla Casa di cura «Beato Talamoni» tre anni dopo l'incidente. Una bellissima ragazza con il cervello spento, gli occhi chiusi, i cinque sensi paralizzati, ma con il cuore che batteva e i polmoni che inspiravano aria. Sapevano che il padre soffriva al punto da preferirla morta, sapevano che quella giovane di vent'anni non si sarebbe mai più risvegliata dallo stato vegetativo. Ma l'hanno sempre curata come se fosse stata partecipe delle loro vite. L'hanno adottata e hanno sempre supplicato Englaro: la lasci a noi, ci pensiamo noi. La morte di quella donna è un colpo al cuore. La preghiera è l'unico rifugio.
I cancelli della casa di cura lecchese si chiudono cinque minuti dopo l'annuncio dato dai telegiornali. Il portinaio riceve l'incarico di cacciare i curiosi, i giornalisti che arriveranno e pure i cittadini che fino a ieri protestavano a favore di Eluana. Via tutti. Bocche e porte chiuse. Prima che si chiudano i cancelli, c'è solo un cronista del quotidiano locale «La Provincia di Lecco», che riesce ad avvicinare suor Albina e il cappellano che però scappano via con il rosario in mano. Elu non c'è più. Non c'è più nessuna battaglia da fare. Le suore erano state zitte fino a un mese fa, quando era chiaro che il momento da loro temuto si stava avvicinando. Allora, e solo allora, sono uscite tutte allo scoperto. «Eluana è viva, respira, non ha bisogno di macchine - aveva detto suor Albina tra le lacrime -. Qualcosa c'è. È la vita». Un sospiro, la voce che si blocca in gola, gli occhi che si bagnano. «Non avere paura per quello che ti sta succedendo. Ci ritroveremo». Non volevano che finisse così, le suore. Volevano vegliarla fino all'ultimo respiro. Nutrirla, idratarla, pettinarla, lavarla, girarla nel letto così tante volte da non farle mai venire neppure una piaga da decubito, il che è il minimo che possa capitare a chi resta in un letto per così tanto tempo. «Eluana non ne ha - ha sempre riconosciuto il padre -. Ma Eluana ha sempre avuto il minimo dei risultati con il massimo delle cure».
Le suore non hanno mai smesso di pregare. Vedersi portar via Eluana è stato rivivere un altro calvario. Nessuno, però, si aspettava la fine così presto. Anche perché i medici avevano appena finito di spiegare che almeno fino a giovedì non ci sarebbe stato nessun allarme. «Noi capiamo il padre - ripetevano -, quando parla della figlia che si prosciuga. Non sopporta di vederla in quello stato, ma per noi Eluana è viva, non è accanimento terapeutico, dobbiamo lasciarla al suo destino».
Per le suore accudire i malati è una missione, tutti i malati sono speciali, ma Eluana per loro era diventata una figlia. Perché le hanno visto imbiancare i capelli, perché l'hanno vista invecchiare in un letto d'ospedale senza mai aprire gli occhi o sentire i suoni e per questo l'hanno amata ancora di più.
«So che in voi c'è sofferenza, smarrimento, angoscia - ha scritto loro l'arcivescovo Dionigi Tettamanzi -. In 14 anni di cure premurose che le avete prestato con amore evangelico, all'insegna della gratuità, nel rispetto dei sentimenti della famiglia. Io partecipo al vostro dolore, più volte ho potuto incontrare Eluana e constatare di persona come le sue condizioni fisiche generali fossero buone. Mi sono chiesto il perché della vostra generosa dedizione: affetto, pietà cristiana o anche profonda solidarietà umana motivata dal rispetto dovuto a ogni persona, soprattutto se fragile e debole?». Lo sapevano, le suore e l'arcivescovo, che la morte di Eluana sarebbe stata un dolore tale da far piangere anche il papà che pure questo giorno lo aspettava dal 18 gennaio 1992. Perché davanti al letto di Eluana vuoto ora può sembrare che tutti gli sforzi delle Misericordine siano state inutili. Per suor Albina e le altre, Eluana non era un caso. Era una donna da curare come un neonato. Per questo scappano, con il rosario in mano, ma loro almeno una certezza ce l'hanno: «Ora sei nelle mani del Signore».