Il pianto greco dei sindaci rossi senza memoria

«Mentre tu dormi Kinglax lavora». Negli anni Trenta questa era la pubblicità di un lassativo. Di punto in bianco Mussolini la proibì. Suscettibile com’era, il Duce sospettò un doppio senso. Perfino in piena estate da noi c’è sempre qualche Kinglax che non si concede mai un attimo di respiro. Sul tema del voto agli immigrati extracomunitari nelle elezioni amministrative, per esempio, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Dopo la modifica degli statuti di una quindicina di Comuni, volta a concedere tale diritto a costoro, buon ultimo è arrivato il Comune di Ancona. Il sindaco diessino Fabio Sturani il 9 agosto ha così tuonato: «È necessario un allargamento della democrazia reale». E ha ricordato che il 28 luglio l’Associazione dei comuni italiani ha approvato un documento sul voto agli stranieri con 150 sì e un solo no. Al quale andrebbe assegnata la medaglia dei benemeriti della Repubblica.
E tutto questo, pensate, all’indomani del famoso parere del Consiglio di Stato che ha considerato illegittimo il voto agli immigrati extracomunitari sia per le elezioni comunali sia per quelle circoscrizionali, visto e considerato che le deliberazioni circoscrizionali sono a tutti gli effetti atti del Comune. Illegittimo non solo perché le leggi elettorali sono prerogativa esclusiva dello Stato, ma anche perché la Costituzione conferisce il diritto di elettorato attivo e passivo ai soli cittadini. Pertanto occorre una modifica costituzionale per estendere tale diritto agli immigrati extracomunitari. Si noti che il parere del Consiglio di Stato è stato sollecitato dal ministro dell’Interno Pisanu per mero scrupolo. Difatti lui stesso era pervenuto alle medesime conclusioni. Come testimonia la circolare del ministero dell’Interno del 22 gennaio 2004, firmata dal prefetto Luigi Riccio, direttore centrale dei servizi elettorali.
Dopo che il Consiglio dei ministri ha opposto un rotondo no alla modifica ad hoc apportata dal Consiglio comunale di Genova al proprio statuto, non è tardato il solito pianto greco. Il sindaco di Genova Pericu, indossate le vesti del mugnaio di Potsdam, intende rivolgersi al Tar. E il sindaco di Venezia Cacciari ha rivendicato l’autonomia degli statuti comunali, omettendo però la circostanza che l’articolo 114 della Costituzione stabilisce che vanno rispettati i principi fissati dalla Legge fondamentale. In tanto bailamme, siamo giusti, poteva mancare la voce del sindaco della Capitale? Certo che no. Veltroni è una cara e simpatica persona. Ma assomiglia sempre più ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Iscrittosi giovanissimo al Pci, sostiene di non essere mai stato comunista. Si vede che ha scambiato il partito di Togliatti per una bocciofila. Ha voluto che il Consiglio comunale di Roma fosse integrato da un extracomunitario. E si è giustificato osservando che, dopo tutto, costui ha diritto di parola ma non di voto. Come se non sapesse che la parola può influenzare la decisione. E in una recente cerimonia in Campidoglio ha auspicato che il Parlamento riesca ad approvare una legge ad hoc.
L’Alice Veltroni però non ce la dà a bere. Si dà il caso che i Ds hanno presentato una proposta di legge costituzionale al riguardo fin dalla XII legislatura. In quella successiva addirittura pretendevano di risolvere il tutto con una semplice legge ordinaria: la Turco-Napolitano. E in questa legislatura sono stati i primi a farsi parte diligente. Fatto sta che quando erano in maggioranza non hanno cavato un ragno dal buco. E Veltroni, uomo che coltiva i buoni sentimenti, se n’è stato sempre muto come un pesce prima di aprire solo adesso bocca. Che sia la reincarnazione dello smemorato di Collegno?
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