Piazza Affari ci prova: in una settimana +5%

Piazza Affari prova ad arrampicarsi fuori dal baratro: in una settimana ha guadagnato quasi il 5%. Ma, malgrado il bilancio di queste ultime 5 sedute, la parete da superare per vedere oltre la crisi del debito sovrano e la recessione, ha una pendenza da vertigine ed è friabile come una pietra calcarea. In sostanza, non ci sono elementi per sostenere che le Borse internazionali metteranno a segno un rialzo duraturo. Quello cui stiamo assistendo, sostengono i gestori e gli analisti interpellati ieri dal Giornale, è piuttosto un’apertura di credito rispetto al rinnovato impegno della Bce e del Fondo monetario internazionale, cui si è sommata la decisiva spinta di un nuovo fondo salva-banche per Eurolandia, forse sulla falsariga del «Tarp» americano.
Al momento, però, «si tratta di annunci. Se queste promesse non troveranno riscontri dettagliati e convincenti, il recupero si ridimensionerà», sottolinea Claudia Vacanti, direttore investimenti di Bg Sgr (gruppo Banca Generali). Nessuno sconto, quindi, neppure se negli ultimi tre mesi Piazza Affari ha scavato una fossa del 22,3%, del 31% da aprile, e valga meno della metà (-61%) rispetto a cinque anni fa, prima che il turbine dei subprime facesse macerie di ogni certezza. A dimostrare che saranno ammessi errori è anche la morsa delle agenzie di rating: dopo Standard & Poor’s e Moody’s, ieri è stata Fitch a tagliare la pagella dell’Italia (da «AA-» ad «A+») con l’aggravante di un outlook negativo sul Paese, preludio di ulteriori possibili declassamenti. La decisione dell’agenzia Usa «riflette l’intensificarsi della crisi nell’area euro, che costituisce uno choc economico e finanziario rilevante» indebolendo il profilo creditizio della Penisola.
Il colpo di scure di Fitch era però atteso dagli operatori, che piuttosto stanno prendendo coraggio dalla coscienza che i saldi in Borsa non potranno durare all’infinito: «Il rapporto prezzo/utili delle società quotate in Piazza Affari è appena del 9%», sottolinea Giulio Battisti, di Horatius Sim. Da qui l’effetto «tappo di champagne dei listini», favoriti dalle «ricoperture» degli operatori che acquistano titoli in modo massiccio e indistinto per chiudere le posizioni prima aperte al ribasso: da martedì l’Ftse Mib ha recuperato il 7,2 per cento.
Ma c’è anche un motivo strutturale: «Il mercato, che è ancora fortemente orientato su posizioni molto difensive, inizia a pensare di dover correre ai ripari rispetto al possibile rally delle Borse da qui alla fine dell’anno», sottolinea Gabriele Grecchi, del Crédit Suisse. «Gli investitori istituzionali, a partire dai fondi pensione Usa, sarebbero costretti a riposizionarsi», prosegue Grecchi, con l’effetto di togliere al mercato tutta l’acqua lasciata dalla crisi come accadrebbe con una spugna strizzata con forza. Nel 2012 lo scenario potrebbe cambiare nuovamente, ma a fare propendere gli operatori per un recupero è anche lo storno senza appello avvenuto in agosto, quando i mercati sono sembrati pagare tutto il prezzo della recessione in pochi giorni. Rincuorano poi i segnali rimbalzati ieri dagli Stati Uniti, capaci di creare posti di lavoro per l’undicesimo mese consecutivo (+103mila), con un tasso di disoccupazione a settembre stabile al 9,1 per cento. In ogni caso, una buona base di partenza, corroborata dalla constatazione che ora il mercato sembra disponibile a dare fiducia ai programmi di governi e istituzioni, malgrado l’esplosione di crac come quello di Dexia.
Il quadro sottostante rimane, tuttavia, complesso sia dal punto di vista macroeconomico sia di quello della liquidità. A tenere alta l’attenzione sul mercato interbancario, sottolinea Claudia Vaccari, non è l’Euribor, ma il rapporto tra il tasso interbancario (che esprime il costo cui i singoli istituti si prestano il denaro) e il tasso swap della stessa durata. Il differenziale dei cosiddetti «Ois spread» resta intorno agli 80 punti contro i 10-12 punti del 2007. A mettere a repentaglio la ripresa, oltre alla debolezza dei consumi, sono poi il perdurante pericolo di una implosione della Grecia e del Portogallo. Per cui, secondo Fitch, resta il rischio di un taglio del rating al livello «spazzatura».