In piazza infiltrati e cani sciolti Lo stesso codice degli anni '70

I manifestanti rievocano il vocabolario del terrorismo rosso e nero e giustificano le aggressioni dei violenti con la vecchia formula: &quot;Compagni che sbagliano&quot;. Intanto <a href="/interni/studenti_napolitano_non_firmi_non_posso/23-12-2010/articolo-id=495464-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>la sinistra sta coi baroni che assumono i familiari</strong></a>. E il sì alla riforma slitta a oggi. Delegazione di studenti da Napolitano: <a href="/interni/la_sinistra_sta_baroni_che_assumono_familiari_e_si_slitta_ancora_oggi/23-12-2010/articolo-id=495463-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>&quot;Non firmi&quot;. E lui: &quot;Non posso&quot;</strong></a>

È il destino che attende chiunque esclami che «il re è nudo»: finire spernacchiati. Maurizio Gasparri non ha fatto eccezione, con il suo richiamo all’inchiesta «7 aprile» (1979) e alle misure preventive da prendere contro i contestatori dell’anno 2010. L’ex missino Gasparri evoca gli Anni di piombo e tutti gli danno addosso. Sprangate virtuali, manganellate verbali. Il delitto di lesa maestà è aver osato accostare i pacifici e creativi universitari cui è stato «rubato il futuro» (e solo incidentalmente nelle scorse settimane hanno devastato Roma e paralizzato i trasporti in mezza Italia) ai terroristi che uccidevano e gambizzavano.

Gasparri avrà esagerato, ma gli Anni Settanta sono il convitato di pietra di queste giornate. Le immagini di quella stagione di tensioni scorrono in bianco e nero sugli schermi della memoria collettiva. Impossibile evitare i paragoni, inevitabile fare i confronti. E i primi a farlo sono proprio i reduci di quegli anni formidabili, gli intellettuali di destra e di sinistra prigionieri della nostalgia canaglia.
«La ressa ricorda certe immagini di trent’anni fa», ha scritto il Messaggero raccontando le riunioni nelle aule universitarie della capitale prima delle manifestazioni. Vittorio Emiliani, editorialista dell’Unità, l’altro giorno ha iniziato così il suo articolo sul giornale del Pd: «Ogni volta che si verificano manifestazioni e scontri di piazza la memoria di noi vecchi cronisti torna agli anni vicini e lontani di ben altre manifestazioni, a quelli, in specie, del lungo periodo segnato dal sangue quotidiano degli attentati».

Salvo poi rimproverare al governo in carica di «non saper far altro che schierare le forze dell’ordine, non aprire alcuno spiraglio di confronto»: esattamente la linea dura che sconfisse il terrorismo e ha ridotto al minimo i problemi ieri. Ma anche il finiano Fabio Granata sul suo blog accarezza con rimpianto i «ricordi giovanili e antagonisti» e le piazzate che «hanno rappresentato un tassello di memoria indelebile e bellissimo» con «le bandiere alzate al sole e i canti lanciati al vento». Poesia pura, altro che Anni di piombo.
Gli Anni 70 sono balzati prepotentemente di attualità nel linguaggio che domina queste giornate cariche di apprensione. Da un lontano passato che sembrava non dovesse più tornare a galla si è nuovamente materializzato il vocabolario dell’eversione. I collettivi. Gli infiltrati. I cattivi maestri. I blitz creativi. I cani sciolti. I servizi d’ordine dei cortei. Sono ridiventati di stringente attualità perfino i «compagni che sbagliano», anzi, con una doverosa volgarizzazione semantica, «i compagni che hanno fatto una cazzata» come ha detto Andrea Alzetta, militante del progetto antagonista Roma in Action, a proposito del giovane che ha spaccato la faccia di un quindicenne a colpi di casco durante gli scontri del 14 dicembre a Roma.

«Compagni che sbagliano»: si diceva così nel periodo buio del terrorismo rosso e nero. Una sorta di attenuante generica che copre le responsabilità, quando non le cancella. Nei blog dell’estrema sinistra per giorni si è scritto che l’aggressore del quindicenne era un fascista infiltrato, e allora dàgli al fascista. Invece Manuel de Santis è un attivista dei centri sociali, pizzaiolo precario di famiglia medio-borghese. Uno dei loro. Non un picchiatore, dunque, ma un «compagno che ha fatto una cazzata» perché voleva «difenderlo dagli agenti». Un pentito. Spaccare una testa per impedire di essere violenti è un peccato veniale, agitare il manganello per mantenere l’ordine è una provocazione reazionaria.

E dove si è rivolto de Santis per reclutare l’avvocato cui affidare il proprio pentimento? Dove ingaggiare un penalista con la dovuta esperienza nel settore? Risposta facile: nel profondo degli Anni 70. Il feritore ha scelto di farsi assistere da Tommaso Mancini, principe del foro di Roma ma soprattutto storico legale della sinistra extraparlamentare: fu lui il difensore dei primi terroristi dissociati delle Brigate rosse, cioè Valerio Morucci e Adriana Faranda, oltre che di Toni Negri, di Achille Lollo (esponente di Potere operaio che partecipò al rogo di Primavalle), di Francesca Mambro (condannata per la strage di Bologna), di numerosi militanti delle Unità comuniste combattenti e di altri imputati nel processo «7 aprile».

Riemerge anche il «collettivo di via dei Volsci» cui apparteneva Vincenzo Miliucci, ex leader dell’autonomia romana, il cui figlio risulta tra i giovani denunciati per i disordini della scorsa settimana. «Rifiutiamo il clima da Anni 70 che ci vogliono attribuire», protestano gli studenti dei collettivi e dei centri sociali che occupano le piazze italiane. Ma le proteste creative dei primi giorni, i libri di gommapiuma usati come scudo anti-Gelmini e le scalate sui tetti per farsi rincorrere da Vendola e Bersani sembrano già uno sbiadito ricordo.