A Piazza Navona sinistra autodistrutta

Caro Granzotto, per l’incalzare degli avvenimenti e per la ferrea regola che notizia scaccia notizia, la spaventosa manifestazione di Piazza Navona passerà prestissimo agli archivi. Io trovo che ciò sia un male e che occorrerebbe istituire una «giornata della memoria» per tenere acceso nel ricordo degli italiani quell’inqualificabile raduno che nella sua volgarità ha mostrato il vero volto e la natura sovversiva della sinistra, ovvero il disprezzo per le istituzioni.


Di più, caro Galante: un monumento a Tonino Di Pietro raffigurato petto in fuori, le manette nella destra e Micromega nella sinistra. Sul piedistallo, una secca epigrafe: «La Patria riconoscente». Tanta, infatti, glie ne dobbiamo perché è riuscito a dar corpo a una certezza e cioè che la sinistra è fessa. Fessa al quadrato. Fessa col botto. Che così fosse se ne avevano centinaia se non migliaia di indizi ed altrettante avvisaglie. Mancava quella che si chiama «la pistola fumante», la prova provata. Lui, Tonino, ce l’ha fornita su un piatto d’argento. E siccome è troppo bello per essere vero, non per fare della dietrologia, caro Galante, ma io nella sarabanda di piazza Navona ci vedo lo zampino del Cavaliere. Sì, è così, non ci son santi: l’ha messo in piedi lui, quel demonio d’un Berlusconi, il fantastico reality show di martedì scorso. Acchiappando due piccioni con una Mercedes. Il primo, l’aver mandato in pezzi il totem della sinistra, l’unità. Il secondo, l’aver messo a nudo il re che senza le mutande di Repubblica indosso s’è palesato per quello che è. Fesso. Fesso al quadrato. Fesso col botto.
C’erano tutti, a piazza Navona. Tutti i rappresentanti della sinistra antropologicamente diversa. Quella sempre in cattedra. C’erano i campioni dell’onanismo intellettuale e c’erano i delegati della scuola di pensiero di Capalbio; c’erano i depositari della tivvù intelligente e c’erano gli incontinenti della problematica; c’era il poeta civile e c’era l’artista impegnato con tanto di messaggio in saccoccia; c’erano i Vopos a guardia dell’informazione libera&indipendente e c’erano i pizzardoni che dirigono il traffico dei Valori e dei Princìpi; c’erano gli erpetologi addetti al regime strisciante, i guru sovrappeso dei blog e, immancabili, le titolari dei salotti e delle terrazze frequentate dai «sinceri democratici». Dove fra una bresaola alla rucola e un frizzantino dei Castelli si fa e si disfà il mondo a ogni due per tre. Ah, c’era anche Pancho Pardi. Bene, ciò elencato si può dunque affermare che al di là di ogni ragionevole dubbio la sinistra vera, quella giusta, quella davvero laica, democratica e antifascista che si abbevera e al tempo istesso in parte abbevera, con articoli fulminanti, La Repubblica, era fastosamente rappresentata in piazza Navona. Lì per far sentire la sua voce. Per mostrare il suo intelligente sembiante. Per stupire l’Urbe e l’orbe con la raffinata, elegante dialettica progressista. E s’è visto. Perfino uno come Furio Colombo, pur avvezzo al rave party politico, ha provato imbarazzo per la figura da fessi, fessi al quadrato, fessi col botto che stavano facendo. Pare fosse stato lì lì per lasciare la piazza. Ma vi ha rinunciato. Perché, ha poi spiegato, «mi ero impegnato a portare sul palco alcuni bambini rom». In termini dotti, quella di Colombo si chiama «cupio dissolvi». In parole povere, desiderio di autodistruzione. Suo e della sinistra che così magnificamente rappresenta. Si apra la sottoscrizione per il monumento a Tonino Di Pietro. Subito.
Polo Granzotto