Ma la piazza non cura la recessione

Se non sapessimo ridere di noi stessi e delle follie del mondo correremmo il rischio di un delirio di grandezza. E invece altro non siamo che persone di buon senso che rispettano i propri lettori raccontando i fatti per quel che sono. Da mesi diciamo che la nostra crisi recessiva ha qualcosa di più e di diverso da quelle di tutti gli altri Paesi per il semplice fatto che veniamo da dodici anni di crescita bassissima. Non a caso l’Italia è in recessione già dall’inizio del 2008 e tutte le continue previsioni per il prossimo anno sono state periodicamente smentite in peggio dai fatti e a oggi siamo a un’ipotesi di crescita negativa dell’uno per cento con un’inflazione che scende meno di quel che dovrebbe. E il peggio deve ancora venire. In queste condizioni come abbiamo più volte previsto il disavanzo dei conti pubblici schizza verso l’alto e il prossimo anno il deficit pubblico supererà il 3 per cento del Pil. Dinanzi a questo scenario il dibattito politico con la ripetitiva nota politica che i telegiornali ci ammanniscono ogni sera è davvero stucchevole. Noi sappiamo che la manovra varata dal governo è solo il primo tempo di una più vasta azione per rilanciare la domanda pubblica e privata. Negare però che le misure anticrisi (social card, bonus familiare, estensione degli ammortizzatori sociali anche ai precari) siano un iniziale sollievo dei ceti più deboli e più a rischio significa negare l’evidenza. È, insomma, la intollerabile liturgia delle accuse reciproche su tutto e spesso anche sul nulla. Una liturgia che rischia di allontanare dalla politica quote crescenti di opinione pubblica (Abruzzo docet). Bene fa il presidente del Consiglio a invitare gli italiani a non deprimersi ma ora bisogna metter mano ad un’azione anticiclica più robusta come ci suggerisce la stessa Europa. È vero che molto dipende dal quadro internazionale ma per le cose sin qui dette anche noi dobbiamo fare la nostra parte, e farla per tempo. Piuttosto che bloccare le tariffe dando così un aiuto anche a chi non ne ha bisogno sarebbe più utile sollecitare Eni, Enel, concessionarie autostradali e municipalizzate a investire almeno il trenta per cento in più dello scorso anno. Più investimenti vuol dire più occupazione così come alleggerimenti fiscali su imprese e famiglie significano più reddito per consumi e investimenti. È tempo che si smetta di invocare come alibi da ogni parte la storia degli anni ’80 quando con i soldi di Pantalone furono sconfitti terrorismo e inflazione a due cifre. Sono ben 17 anni che governi di diverso colore non hanno raggiunto il pareggio di bilancio. La vera riduzione del deficit e del debito si ottiene, infatti, solo mettendo il turbo all’economia reale perché senza crescita non vi sarà mai il risanamento della finanza pubblica i cui saldi peggioreranno come stiamo vedendo per l’appunto in questi mesi. Conosciamo, dunque, i vincoli di bilancio ma sappiamo anche che è follia pensare di invertire la tendenza dell’economia reale senza investire un euro. Per questi motivi più volte abbiamo indicato nel nostro patrimonio immobiliare una possibile fonte di risorse fresche senza mai sentire proposte alternative. Se non ci diamo una mossa ora tra dodici mesi quando il ciclo economico internazionale si invertirà noi saremo ancora una volta fermi al palo come lo siamo stati da 17 anni a questa parte. Il confronto torni a essere una pratica vera in Parlamento senza che l’opposizione ci spieghi con arroganza le sue miracolose ricette dopo due anni di fallimenti e senza che i ministri di settore si assumano la doverosa responsabilità smettendo di essere il terminale esecutivo del ministro dell’Economia ritenuto l’unica fonte della verità perché inevitabilmente andremmo incontro a disastri. Ai partiti, veri o presunti, che preferiscono al Parlamento una piazza scomposta non va data alcuna risposta. Neanche la domenica.