La piazza sfugge di mano e Napolitano s’indigna «Episodio inammissibile»

RomaAltolà al furore. Il monito parte dal capo dello Stato che, giudicando «gravi gli episodi di Arcore», redige una nota in cui conviene assieme al ministro degli Interni Maroni che «l’esercizio del diritto costituzionale a manifestare pacificamente non deve degenerare, specie in un momento di tensione politica e istituzionale come quello attuale, in inammissibili disordini e scontri provocati da gruppi estremisti».
Così, dopo aver cavalcato la protesta, gli antiberlusconiani in servizio attivo e permanente tirano il freno a mano. E se poi, seminato cotanto odio si raccoglie tempesta? Spesso i piromani si bruciano le dita e quindi le opposizioni, accesa la miccia della piazza, si accingono a gettare acqua sul fuoco. La secchiata più imponente la butta Casini che, visti i video sulla gazzarra scoppiata ad Arcore, condanna senza appello i pruriti violacei: «Le manifestazioni davanti alla casa di Berlusconi non sono certo la risposta giusta da dare al governo ed al presidente del Consiglio - dichiara in una nota - lasciamo perdere i violenti, che è meglio che stiano nelle patrie galere e non agli eventi politici, ma l’idea stessa di protestare con quelle modalità ed in quel luogo, rischia di essere l’altra faccia della medaglia del degrado che stiamo vivendo». Poi, un parallelo al mondo nordafricano, uguale e contrario a quello utilizzato giorni fa dal finiano Bocchino. Casini: «L’opposizione deve dare un’altra idea dell’Italia non la stessa, eguale e contraria. Con tutto il rispetto per gli altri, non siamo né in Tunisia né in Egitto e non vogliamo finirci». L’eminenza nera finiana, Italo Bocchino, invece aveva spronato il Cavaliere a fare le valigie evocando proprio Tunisia ed Egitto: «Anche Ben Alì non avrebbe voluto lasciare - aveva affermato il futurista - e anche Mubarak non vorrebbe farlo», sibilò a fine gennaio.
Poi, la pentola a pressione che salta per aria e la rivolta per le strade della Brianza. Cartelli rivolti al premier con le scritte «Sparati!»; lancio di bottiglie, sassi, sprangate, cariche, assalto alle forze dell’ordine in risposta alla direttiva di Di Pietro e al suo «Se Berlusconi non si dimetterà ci penseremo noi a mandarlo a casa. Continueremo a protestare in piazza, insieme ai cittadini, e ci sarà una nuova presa della Bastiglia per riappropriarci della democrazia». Parole come pietre. E pietre sono state. A furia di evocare forche e ghigliottine poi compaiono i patiboli e rotolano le teste. Ecco perché ieri è partito il dietrofront, auspicato dal Colle. Di Pietro corregge il tiro. Chiama ancora alle armi ma soltanto a metà: «Contro questo governo bisogna manifestare in piazza - scrive nel suo blog - quando un governo si regge sul voto di parlamentari comprati come vacche al mercato... Bisogna riempire le piazze e le strade, con la massima determinazione ma senza lasciare spazio neppure al minimo gesto di violenza». E ancora: «Parteciperemo a tutte le manifestazioni contro la politica di questo governo. Non ci faremo intimidire da nessuno, perché la democrazia non si tocca e difenderla è nostro preciso dovere. Ma ribadiamo, con fermezza, la condanna ad ogni forma di violenza». Si spari pure ma a salve, è il senso delle sue parole.
Più netto il finiano Della Vedova: «Trovo gravissimi gli attacchi alla residenza privata del premier. Vanno respinti e non c’è alibi per chi usa questi metodi per qualsiasi iniziativa che voglia avere qualcosa di politico». Stesso concetto del piddino e sindaco di Firenze Matteo Renzi che però dice qualche cosa in più: «Penso che sia triste dirlo ma tafferugli come quelli di ieri ad Arcore sono un regalo clamoroso al Cavaliere - sostiene su Facebook - per mandare a casa Berlusconi (e sarebbe anche l’ora) serve la politica, una politica diversa, non gli scontri di piazza». Insomma, tra le opposizioni inizia a farsi strada la cosiddetta «sindrome del Duomo». Il riferimento è all’episodio del dicembre del 2009 quando a Milano uno squilibrato lanciò in faccia al Cavaliere, ferendolo, una statuetta del Duomo. Dopo quel gesto si disse che la misura era colpa e che il clima d’odio andava bloccato. Anche perché, da un punto di vista opportunistico, il premier vittima diventa un vero e proprio aspira consensi.