In piazza per Silvio

Tante persone, tanti individui sceglieranno di ritrovarsi sabato a Roma. Sbaglia chi ne sottovaluta le ragioni o le dileggia, come ha fatto il presidente del Consiglio, perdendo ancora una volta la misura del linguaggio. L'errore consiste nel non capire che c'è un'Italia moderata la quale non si affida più solo al voto, come ha fatto per decenni, e sente il bisogno di partecipare. La si è già vista qua e là, soprattutto nel Nord-Est, all'indomani dell'annuncio della Finanziaria. Ma è il clima generale che si avverte nel Paese, ben più forte dei sondaggi, a dare un'immagine completa. Ed è l'immagine del rifiuto della controriforma prodiana.
L'appuntamento di Piazza San Giovanni non si annuncia quindi solo come la rituale manifestazione di un'opposizione che vuole dimostrare di esistere. Non è neppure - secondo una vecchia tradizione, forte nell'era dei partiti di massa - il semplice sostegno della piazza ad un'azione parlamentare, difficile nella stagione delle blindature bipolari. Così come non è neanche una prova destinata, secondo scontate letture politologiche della vigilia, a misurare lo stato dei rapporti nel centro-destra, dopo la decisione dell'Udc di non essere presente.
Il suo senso, invece, sarà più profondo, darà in modo visibile la misura del cambiamento politico e culturale avvenuto in questo decennio e che pochi hanno cercato di esplorare. Un tentativo lo ha fatto ieri, sul Sole 24 Ore, Stefano Folli quando ha scritto che la manifestazione «si risolverà in una sorta di apoteosi» di Silvio Berlusconi, dopo il malore che l'ha colpito e che ha sollevato «un tributo al ruolo dell'uomo nell'Italia di oggi». È il riconoscimento ad una leadership. Ma questo riconoscimento può essere espresso con altre parole: c'è una controriforma che Prodi e la sua maggioranza non riusciranno a fare ed è la cancellazione di una cultura diffusa e di uno spirito pubblico formati dalla storia politica che ha per chiave il richiamo alla libertà. Qui, lungo questa linea, resta forte il nostro bipolarismo un po' scassato, un po' incompiuto, così frantumato e disomogeneo al suo interno.
Lungo questa linea c'è anche l'unificazione delle tante ragioni, individuali e comuni, della partecipazione alla manifestazione di sabato. Certamente, c'è la mobilitazione delle strutture di partito di Forza Italia, di Alleanza nazionale e della Lega. Così come c'è la presenza di quei club e circoli che sono parte attiva dell'alleanza. C'è lo sforzo di un'organizzazione, di una prova quasi inedita per chi non ha le sue radici nella prima Repubblica. Nella stessa misura si sente il peso di quegli interessi sociali particolarmente colpiti dalla Finanziaria delle tasse, così come ha sottolineato ieri l'Ocse con un linguaggio molto crudo.
Ma su tutto, c'è il segno della più importante delle riforme di questi anni che si fa politica: è la riforma culturale non dichiarata, ma effettiva, dei cinque anni di governo Berlusconi. C'è lo spirito dei moderati che è diventato anche spirito militante. Lo si era già visto all'indomani del voto di aprile e il Giornale ne era stata la tribuna, nelle prime difficili prove parlamentari. Lo si rivede in queste settimane, con un fenomeno che non riguarda solo i partiti, che non è solo opposizione, che non è solo un rifiuto umorale del prodismo. È soprattutto una partecipazione - una militanza, se si vuole usare questa vecchia parola - nel nome di valori e di interessi comuni. È ciò che fa un'impresa politica. E che sta progressivamente componendo il popolo delle libertà.