IN PIAZZA SONO POCHI (MA BUONI)

Quando scende la sera, verso le cinque, l’onda è già passata. I ragazzi guardano Roma dai finestrini del treno e vanno via. Si torna a casa, anche questa volta la festa è finita. La città eterna non si è spaventata, nei secoli ha visto altro, più cupo e nero degli striscioni anti Gelmini. Ha guardato tutto con lo stesso annoiato fastidio. Non erano molti gli studenti in piazza e non hanno fatto danni. Loro, i ragazzi, si sono contati a spanne e hanno urlato: 200mila. Cgil e Uil hanno abbassato il prezzo, 100mila. La prefettura ha registrato non più di 30mila persone. Il solito balletto di numeri, ma poco importa.
Il primo colpo d’occhio di questa storia, di questo sciopero universitario, è un senso di mezza sconfitta. Tutto è avvenuto con troppa fretta, dopo che il ministro aveva aperto il dialogo, pronta a discutere, vedere, valutare, ascoltare. È andato avanti con la stanchezza di chi è rimasto a casa, ed erano tanti, silenziosi e convinti che questi non sono tempi di piazza, basta guardare le nuvole, scure. Questa giornata è apparsa un po’ malinconica, come un valzer fuori tempo, con quel che resta dei vecchi sindacati a sfilare in strada da soli e gli studenti da un’altra parte. Divisi, diversi, per età, speranze, orizzonti, preoccupazioni. Si sono annusati, ma non fino al punto di riconoscersi. Eppure questa giornata stanca non è stata dannosa. Non solo perché chi temeva l’arrivo dei barbari, dei vandali, è stato smentito.
L’onda è passata, come una bolla di sapone, come un gavettone di tardo autunno, senza detriti. Ma perché questi due mesi a qualcosa sono serviti. È arrivato il momento di dirlo senza paura e devono ascoltarlo tutti. L’Italia deve ripensare il suo sistema scolastico e universitario. È lì che stiamo affondando, chiusi in una cultura medievale, che penalizza i più deboli, che non lascia vedere l’orizzonte, che ha lasciato questi ragazzi in un oblio dove il passato non esiste, dove non c’è identità, non c’è futuro. È una sfida che questo Parlamento non può permettersi di ignorare. Non può e non deve. È il momento di scardinare il sistema di baronie, di concorsi dove già si conosce il nome del vincitore, di privilegi antichi e intoccabili.
Tutto quello che è avvenuto in questi mesi è il segno di una grande paura. C’è in giro una generazione che si sente precaria in tutto, non vede l’avvenire e sente la tentazione di rifugiarsi in un passato perduto. Non guarda al futuro, ma si rifugia in una parodia degli anni ’70. Questa generazione è avvolta dalla nebbia di un secolo putrefatto che non vuole passare. Il futuro è la, un passo oltre la nebbia. Loro vogliono solo vederlo.