La piazza vuole il Cav in manette e spera nel postfascista Gianfranco

Roma «Meno male che Gianfranco c’è» implora un cartello. Un altro poco più in là auspica «Berlusconi a San Vittore», e più distante ancora un terzo cartello spera e prega, «San Genna’ piensace tu». Sul palco e dal megaschermo poi, un teatrante lucano, tal Ulderico Pesce, tuona contro il premier che sta dietro le stragi, dietro la mafia e dietro ogni nefandezza, ma fa esplodere la piazza e tremare gli apostoloni di pietra sulla basilica quando urla invasato: «Dove cazzo è finita la sinistra!?, dove cazzo è finito il Pd!?». Giù un uragano di applausi, si liberano al cielo ormai buio i palloncini col gabbiano di Tonino, sventolano impetuose le bandiere dipietriste, un mare, e quelle rifondarole che son di meno forse perché vendute a 5 euro l’una senza manico, tripudiano pure le neonate e tristissime bandiere viola.
Vai così col NoB-day, ieri pomeriggio dall’Esedra a San Giovanni, e buon per loro che a Roma non fa rima nemmeno con scatole, ma in Veneto avrebbero spietatamente aggiunto «me ga’ roto i ze...». Stramba inversione della realtà, coi politici nel parterre - qualcuno più temerario discioltosi nell’anonima folla - e sedicente «società civile» sul palco a dar la linea: attori, cantanti, parenti di martiri, giornalisti e sì, i blogger «liberi», «autonomi» e «spontanei» che dicono di aver «creato» tutto senza spinte propulsive. Oddio, lo dice pure Di Pietro che s’aggira nel backstage come un padre padrone, oscurando ogni altro suo collega parlamentare e no. È riuscito a mobilitare il popolo della sinistra scippandolo a Bersani, lo ha trasmutato come avesse la pietra filosofale. Quando mai s’è vista una sinistra che s’affida ad un postfascista e ai santi, fossero anche Vittore e Gennaro? Il miracolo di ieri è la saldatura del fronte giustizialista, l’intellighentia dell’arte e dello spettacolo, ma sì, l’inclita tribù delle terrazze romane, è passato dall’egemonia del botteghino a quella della questura, e gli strumenti delle masse progressiste sono ormai i ferri delle tricoteuses. Come ai bei temi del tintinnar di manette, da Fini a Di Pietro passando per Beppe Grillo e Travaglio.
Quanti erano? Ormai quello dei numeri, per ogni manifestazione con la quale il cielo punisce i romani, più che un balletto è un tormentone. Ieri il corteo non s’era ancora mosso dall’Esedra e gli organizzatori «cani sciolti», con tanto di ufficio stampa, già annunciavano «almeno 300mila persone». Quando la testa del corteo - coi blogger a reggere lo striscione, viola s’intende, «Berlusconi dimissioni» - s’è affacciata all’obelisco erano ovviamente i «350mila» promessi alla vigilia. Allorché han cominciato a comiziare i campioni della «società civile», i Bocca, i Fo e Rame, il fratello del povero Borsellino, la Mannoia e i Moretti, addirittura Liisa Liimatainen dell’immancabile stampa estera ad annunciare che «anche in Finlandia è in corso una manifestazione per cacciare Berlusconi», la piazza giustizialista è montata come la panna, «mezzo milione» sentenziava un portavoce. Alle 19, potevate scommetterci, è andato al microfono Gianfranco Massa, uno dei quattro sedicenti «antipartito», che ha festeggiato trionfante: «Siamo certamente più di un milione, forse un milione e mezzo». Per la questura erano soltanto 90mila. Secondo il vostro cronista che di manifestazioni ne ha viste e soppesate sin troppe, 200mila. Comunque, più di quante ne abbia portate la Cgil a Piazza del Popolo per conto del sindacato cattocomunista dei giornalisti, il 3 ottobre.
E questo è l’esordio del popolo viola, nuovo colore del giustizialismo. Perché proprio il colore che porta sfiga, o quanto meno mestizia? «Il viòla contro chi vìola le regole», han risposto i quattro campioni del fai da te. Hai capito l’arguzia?
GiaP