Piazze arabe, nuovo caos Questa volta l’Occidente non si lasci sorprendere

Al Cairo corteo con un milione di persone, 400mila in Siria, dove la polizia spara e uccide otto attivisti

Quattrocentomila persone in piazza in una città di 700mila abitanti, Hama, in Siria, sono davvero tanti. Un milione in piazza Tahrir, al Cairo, 5 mesi dopo la cacciata di Mubarak, sono un’esagerazione. La temperatura è altissima nel mondo arabo e ci dice che forse le diagnosi e le medicine non erano le più azzeccate. È chiaro che ciò che hanno ottenuto gli egiziani è lontano dal costruire fiducia in quel governo militare che a parte Mubarak e alcuni suoi stretti collaboratori non ha saputo mettere in moto non dico una democrazia, ma nemmeno i processi che dessero ragione, famiglia per famiglia, degli 845 morti nelle dimostrazioni della «primavera».
In teoria, gli egiziani avrebbero già dovuto trovarsi in una situazione di ragionevole transizione, col governo militare pronto a dare le dimissioni dopo le elezioni a settembre del prossimo autunno, la riforma costituzionale in fieri, i nuovi leader e i partiti in via di formazione. E anche, e forse soprattutto, ma lo dirà il futuro, la Fratellanza Musulmana, fino a ieri fuorilegge e oggi lanciata alla conquista del 50, forse il 70 per cento dei consensi quando andrà alle urne. Il nostro grande entusiasmo per il cambiamento egiziano non è condiviso dagli egiziani stessi. Probabilmente soffrono, oltre che della delusione di un presente preso in un ingorgo di problemi politici e ed economici, anche di quel continuo incitamento culturale cui i dittatori arabi hanno sottoposto i loro cittadini senza mai fornirgli uno sfogo. Se si va per esempio a vedere Al Haram, il giornale nazionale ex voce di Mubarak, l'atteggiamento antiamericano e antisraeliano feroce e gratuito, piene di teorie del complotto, è sempre là.
Dunque la piazza di oggi, cerchiamo di non fare altri errori, è una piazza che mostra le sofferenze di chi non vede all'orizzonte nessun cambiamento che davvero migliorerà la sua vita. Dunque mentre corriamo verso il Piano Marshall, sarà bene aiutare, sì, ma anche in nome di principi che ci convengano: la pace e la stabilità dell'area, la condizione delle donne, la libertà sessuale. È invece tipico delle solite teorie della cospirazione il modo in cui il primo ministro generale Essam Sharaf ha commentato che le manifestazioni sono tutta roba «organizzata» ovvero di importazione straniera.
Lo stesso tipo di commento ha fatto ieri il governo siriano alla perdurante visita dell'ambasciatore degli Usa Robert Ford, nella città di Hama. Il bravo Ford si è piazzato là per cercare di impedire che Bashar Assad faccia fuori come il padre nell'82, ventimila e più persone. Il commento: «La presenza degli Stati Uniti ad Hama è una chiara testimonianza della loro implicazione negli eventi in corso». Solita teoria della cospirazione. Ma la realtà è che con un coraggio incredibile (ieri ci sono stati altri morti, pare otto, e manifestazioni anche in altre città, fra cui Damasco) i cittadini siriani affrontano la tortura e la morte in massa. La presenza di Ford semmai deve essere letta come un tardivo e indispensabile risveglio americano alla vera personalità di Assad, a lungo ritenuto un interlocutore persino per la pace in medio oriente. Sciocchezza più grande non poteva essere immaginata: Assad ha finanziato con l'aiuto iraniano i peggiori gruppi terroristici come Hamas, e ha armato fino ai denti gli hezbollah che oggi minacciano di nuovo un'autentica occupazione del Libano. Di fatto tutto il fronte iraniano-siriano-hezbollah-hamas e coloro che avevano compiuto aperture verso questo fronte, come la Turchia, sono in difficoltà e devono rivedere i loro programmi.
Ma le fantasie in campo mediorientale non hanno mai fine: solo tre giorni fa Hillary Cinton ha dichiarato che è intenzione della sua amministrazione aprire un qualche dialogo con la Fratellanza Musulmana. Sì, proprio quella che dichiara sul suo sito che «non c'è speranza di riforma senza un ritorno alla legge divina».