PICASSO Dieci artisti in uno solo

Cubista, surrealista, primitivista, simbolista, ma sempre e soltanto se stesso

Nomen omen, dicevano gli antichi: il nome è un presagio. I nomi, dicevano anche, sono una conseguenza della realtà. E se uno di nomi ne ha addirittura nove, come Picasso? Pablo Diego José Francesco di Paola Giovanni Nepomuceno Maria del Rimedio Crispino Crispiniano Santissima Trinità Picasso: non è uno scherzo, si chiamava proprio così, secondo l’antico uso spagnolo di dare molti nomi ai bambini. Il cognome, invece, era quello della madre, di lontana origine ligure: forse per la sua sonorità Pablo lo preferì a quello del padre, il più anonimo Ruiz, e lo usò sempre.
Che presagi, dunque, potremmo trarre da una simile carovana di nomi? Be’, effettivamente Picasso non è stato un artista: è stato una famiglia, un plotone, un esercito di artisti. È stato simbolista, espressionista, primitivista, creatore del cubismo e del «Ritorno all’ordine», esponente del surrealismo sia nella forma astratta che in quella visionaria. È stato classicista e realista. È stato moderno, anzi il padre di ogni modernità, e insieme postmoderno, perché non ha mai trasformato l’avanguardia in un dogma. Non c’è stile che non abbia praticato: inventandolo, il più delle volte, o dandogli un’impronta inconfondibile quando era già stato inventato.
Come un grande Pifferaio Magico ha portato centinaia di pittori a seguire le sue orme. Quanto a lui, mentre i seguaci si perdevano nell’imitazione, era già altrove. Quanti tavolini, carte da gioco, strumenti musicali cubisti sono stati dipinti negli anni Dieci in tutta Europa da gente convinta che per fare dell’arte bisognasse essere cubisti? Picasso invece già nel 1914 torna allo spazio classico, alla figura classica, pur senza abbandonare le scomposizioni cubiste. Aveva capito che in arte quello che conta è l’arte, non lo stile.
Ma vediamo, almeno in sintesi, le principali mosse della sua scacchiera. Picasso nasce a Malaga, in Andalusia, nel 1881. Nel 1900 compie il primo viaggio a Parigi, dove dà avvio al suo «periodo blu», dominato da un blu alcolico e doloroso. Tra il 1905 e il 1906, quando ormai si è trasferito definitivamente nella capitale francese, inizia il suo «periodo rosa», caratterizzato da colori più caldi e sereni. Ma importante è anche il meno noto «periodo di Gosol» (1906), che prende il nome da un paesino sui Pirenei, dove dipinge opere ispirate alle statue della Grecia arcaica. Subito dopo si interessa all’arte iberica e africana, di cui rimane l’eco nelle Demoiselles d’Avignon (1907), atto di nascita di tutta l’arte moderna. Da questo momento definisce, con Braque, un modo nuovo di rappresentare l’oggetto e lo spazio: un modo che verrà chiamato cubismo per l’accentuata volumetria dei suoi primi esiti, ma non c’entra nulla con i cubi. Semmai è una pittura che non descrive le cose, ma vi allude per frammenti.
Picasso, però, non si ferma lì. Nel 1917 compie un viaggio in Italia, dove si innamora della pittura pompeiana, di Raffaello e del Rinascimento. Inizia così il suo «periodo neoclassico», in cui dipinge figure primordiali e titaniche, ispirate alla mitologia eppure umanissime. Dipinge donne senza tempo che si abbeverano alla fonte, maschere della commedia dell’arte in cui si raffigura sotto le vesti malinconiche di Arlecchino. Dipinge gigantesche madri col bambino, simbolo della madre-terra. Ma non si ferma nemmeno a questa esperienza, e intorno alla metà degli anni Venti si avvicina al surrealismo, dipingendo figure che sono un insieme di arti slogati, e in cui l’abitudine cubista di mescolare angolature diverse si traduce in volti disperati e grotteschi.
Per Picasso, insomma, la pittura è una continua ricerca. Ma la sua genialità sta nell’aver compreso che non basta cercare, bisogna trovare. E che, in fondo, c’è una sola cosa da trovare: se stessi.