"Picchiare la convivente è maltrattamento in famiglia"

La Cassazione ha stabilito che il convivente violento deve essere punito con la stessa severità che
viene applicata quando c’è di mezzo un coniuge, senza alcun trattamento
di favore solo perché non c’è stata la solennità della cerimonia
nuziale e del vincolo civile o religioso

Coppie di fatto. Il tema, archiviato dai politici nella scorsa legislatura, viene rispolverato dalla Cassazione che offre delle direttive guida a chi dovrà prima o poi riaffrontare l’argomento in sede parlamentare. Nella sentenza (numero 20647) depositata ieri i giudici hanno infatti offerto una precisa definizione di «famiglia» che non va limitata a quella composta da due coniugi regolarmente sposati ma comprende «ogni rapporto tendenzialmente stabile, sia pure naturale e di fatto, instaurato fra due persone con legami di reciproca assistenza e protezione». Stessi diritti, dunque, e stessi doveri anche per loro, puntualizza la Suprema corte.

L’apertura alla famiglia di fatto da parte degli ermellini non lascia spazio agli equivoci, soprattutto se di mezzo ci sono i diritti violati di una persona e la pesante accusa di reato per «maltrattamenti in famiglia». In questo caso, il convivente violento deve essere punito con la stessa severità che viene applicata quando c’è di mezzo un coniuge, senza alcun trattamento di favore solo perché non c’è stata la solennità della cerimonia nuziale e del vincolo civile o religioso.
Nel caso concreto sottoposto all’attenzione della Corte, c’è la triste vicenda di un 44enne, tale Antonio, di Torre del Greco, che sottoponeva Vincenza, la sua compagna, «a continue violenze fisiche e morali». Una storia difficile da cui sono nate pure due figlie durante i 10 anni di vita in comune. Ma Vincenza alla fine si ribella alle continue angherie e denuncia il compagno che viene arrestato nel settembre scorso con una decisione del Tribunale di Napoli. Lui si oppone alla custodia cautelare e contesta il reato previsto dall’articolo 572 del codice penale che punisce, appunto, i maltrattamenti in famiglia. La sua obiezione? Vincenza non è sua moglie ma una «semplice convivente».

L’escamotage, scovato per ottenere sconti di pena, non incanta la Suprema corte che respinge il ricorso dell’uomo rimasto in carcere anche per la gravità dei suoi precedenti, tra i quali lo stupro di una minorenne.

Per motivare la sua decisione, la Corte ricorda a Antonio che non c’è alcuna differenza tra sposi e conviventi in quanto anche le coppie di fatto sono una vera e propria famiglia. Più tecnicamente, gli ermellini spiegano che il reato di maltrattamenti in famiglia si configura anche quando è commesso «ai danni di persona convivente more uxorio». Alla famiglia, infatti, va equiparato «ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo, ricomprendendo in questa nozione anche la famiglia di fatto». Quindi la tutela penale, che prevede l’arresto, scatta quando gli «atteggiamenti violenti e prevaricatori del partner avvengono all’interno di un rapporto tendenzialmente stabile, sia pure naturale e di fatto».

La decisione deve dunque tranquillizzare tutte le donne che convivono stabilmente con un uomo: in caso di maltrattamenti subiti dal compagno, non devono sentirsi donne di seconda categoria. A loro spetta la stessa tutela prevista dal codice penale, alla quale hanno diritto le mogli maltrattate dai mariti.