Picchiata per aver parlato con un ostaggio

Alberto Toscano

da Parigi

Florence Aubenas, 44 anni, racconta il suo calvario in una conferenza stampa a Parigi e la vicenda del suo sequestro in Irak, cominciato il 5 gennaio e terminato l’11 giugno, innesca una reazione di polemiche. Il racconto fatto ieri dall’inviata del quotidiano Libération, dà la pelle d’oca. Prima un sequestro dall’aria terribilmente banale: un’auto in cui la giornalista e il suo interprete Hussein Hanoun (ex pilota di caccia delle forze di Saddam Hussein) vengono fatti salire in una Bagdad abituata alla violenza, in cui tanti vedono e nessuno si muove. Poi la farsa di un «processo» con tre domande alla giornalista: «Che cosa pensi della Francia durante la guerra d’Algeria ? Che cosa pensi della questione palestinese ? Che cosa pensi della guerra americana in Irak?». Conclusione: «Ti faremo sapere il verdetto».
Così Florence viene costretta a sistemarsi, bendata e legata mani e piedi, in una cantina buia di pochi metri quadrati, in cui il soffitto è troppo basso per stare in piedi. Il verdetto non arriva, ma in compenso arrivano le minacce: «Tu ormai ti chiami Leila. Rispondi quando ti chiamiamo con questo nome e non azzardarti a parlare mai per prima! Se fai rumore ti puniamo!». Un paio di giorni dopo, Florence si accorge che un uomo è stato sistemato nella sua cantina, a pochissima distanza - neanche un metro - da lei. I carcerieri proibiscono ai due di rivolgersi la parola. Poi li accusano di aver osato dirsi qualcosa: ambedue negano, ma vengono selvaggiamente picchiati. L’inferno della vita di Florence è interrotto dalle liturgie quotidiane: due volte al giorno alla toilette. In tutto 24 passi e 80 parole ai suoi carcerieri. Poi le cambiano nome: non più Leila, ma «numero sei». Il suo collega di cella diventa «numero cinque».
In febbraio Florence ha vari contatti con quello che chiama «il boss», ossia il capo della banda. Il boss la costringe a registrare due video chiedendo aiuto. Uno finisce su Al Jazeera e spinge Parigi ad accettare condizioni che fanno piacere al bandito-terrorista, che in cambio permette a Florence di non avere più le mani e i piedi legati. Solo le bende agli occhi. Fino a sabato scorso, giorno della liberazione.
Ed ecco i misteri, che hanno spinto l’opposizione a chiedere una commissione parlamentare d’inchiesta. Florence (reduce da un weekend in compagnia degli 007 francesi) dice di non aver mai sentito parlare di riscatti, circostanza che sembra fatta apposta per togliere le castagne dal fuoco all’imbarazzatissimo governo di Parigi. Però non chiarisce su cosa - se non proprio sul riscatto - i suoi sequestratori intendessero negoziare con l’ambasciata francese a Bagdad. Florence dice d’aver scoperto solo alla fine che il suo compagno di cella era Hussein, l’interprete che certo lei conosceva bene. Però dice che il suo compagno di cella aveva preso la parola, all’inizio del sequestro, per negare ai carcerieri che i due ostaggi si fossero parlati. Possibile che non abbia riconosciuto la voce dell’amico, anche se parlava arabo? Ed è possibile che Hussein non abbia riconosciuto la sua? Possibile che siano stati cinque mesi fianco a fianco senza farsi capire che s’erano riconosciuti?
I tre giornalisti romeni, rapiti dopo Florence e liberati prima, hanno detto d’essere stati in loro compagnia e d’aver parlato a lungo. Florence si è arrampicata ieri sugli specchi per negare quella circostanza, che sembra comprovata - oltre che dalle testimonianze convergenti dei romeni - dal fatto che essi avevano per nome «numero sette», «numero otto» e «numero nove». Tutto combacia. Compreso il fatto che ieri il primo ministro Dominique de Villepin ha reso omaggio alle autorità romene per la collaborazione. Ma allora perché Florence si ostina a dire d’essere «sempre stata solo con Hussein»?

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