«Picchiata per strada e nessuno mi ha aiutato»

«Sono stata picchiata da uno sconosciuto per strada, all’improvviso e in pieno giorno. Un’esperienza terribile. E non solo per il fatto in sè. Ma perché la gente che in quel momento stava passando per strada e quella che, attirata dalle mie urla, è uscita dai negozi e dai bar per vedere cosa stava succedendo, non ha mosso un dito per aiutarmi. Hanno fatto tutti finta di niente di fronte a una ragazza presa a pugni e calci da un tizio alto almeno un metro e novanta. Che dire? Credo che in questa città non ci metterò più piede».
Tatiana Onyshenko, 26 anni, ucraina, spalanca gli occhi azzurri quando racconta quel che le è capitato in via Paolo Sarpi domenica 14 agosto. Tatiana abita con la sua famiglia ad Alicante, in Spagna, da 13 anni e lì frequenta l’università. È venuta a Milano da tre settimane per continuare un corso avanzato della nostra lingua, iniziato a Roma, alla scuola «Leonardo da Vinci».
«Domenica scorsa, poco prima delle 19, stavo tornando a casa, in via Messina, dopo essere scesa alla fermata della metropolitana di via Moscova - racconta Tatiana in un italiano quasi perfetto -. Non sono una sprovveduta, so che Milano è una grande città e faccio attenzione a correttamente a non correre inutili pericoli. Sul marciapiedi di via Paolo Sarpi, non ho quasi notato un ragazzo che, da lì a una manciata di secondi, non avrei più dimenticato. Un italiano piuttosto alto, con la pelle e i capelli scuri, forse era di origine rom, non saprei proprio dire. Avrà avuto tra i 28 e i 33 anni ed era vestito di marrone. Ripeto: non l’ho quasi notato. Ma quando l’ho incrociato lui mi si è avventato contro, sferrandomi un pugno dietro l’orecchio e un’altro sullo zigomo sinistro. E intanto gridava delle frasi senza senso».
Lo sconosciuto comincia anche a dare dei calci alla povera Tatiana. «A quel punto mi è caduta la borsetta, quel giovane sconosciuto avrebbe potuto prenderla e scappare se era sua intenzione rapinarmi, ma non l’ha fatto: ha continuato a picchiarmi come un forsennato. Io gridavo, cercavo di difendermi, sono caduta a terra e mi sono rialzata mentre urlavo contro di lui “Se non la smetti chiamo i carabinieri!!”. Purtroppo - prosegue Tatiana - tra tutti coloro che ci guardavano, cinesi ma anche parecchi italiani, nessuno è intervenuto neanche per chiamare il 112 o il 113...E io illusa che, mentre cercavo di allontanare quella furia da me, pensavo che prima o poi qualcuno avrebbe fatto qualcosa...Sono stata io, mordendo l’avambraccio di quel tipo, a farlo allontanare di corsa. Poi mi sono accasciata a terra scoppiando in un pianto dirotto. E neanche a quel punto nessuno ha fatto nulla».
Un’aggressione gratuita che ricorda la vicenda assai più tragica della filippina di 41 anni, uccisa a pugni da un giovane squilibrato appassionato di boxe, curiosamente di nazionalità ucraina.
In preda allo shock Tatiana si allontana, raggiunge la sua abitazione, si lava, viene medicata dalla sua coinquilina, un’altra studentessa. Quindi chiama il fratello in Spagna e gli racconta tutto. Lui le consiglia di fare denuncia. «Erano le 20.15 quando sono andata in via Tolentino, dai carabinieri della stazione Porta Sempione - conclude Tatiana -. Ho citofonato al campanello della caserma e sono scesi due uomini in divisa e uno senza. Ero ancora sotto shock, così, raccontando a quei tre militari quel che mi era accaduto, sono nuovamente scoppiata in lacrime. Loro mi hanno ascoltata, quindi mi hanno detto che, a quell’ora, di denunce non ne prendevano e che sarei dovuta passare il giorno dopo. “Mi dispiace - mi ha detto uno dei tre - ma la delinquenza c’è in tutto il mondo: in Brasile è successo un fatto simile anche a me”. Quindi mi hanno congedata. Ed è stato in quel momento che ho giurato di non tornare mai più qui a Milano. Una città che mi ha lasciata sola davanti alla violenza cieca e improvvisa».