Picciotti, faccendieri, spacciatori: per la camorra è "tutto a posto"

Nel film di Garrone, <em>Gomorra</em>, in gara a Cannes, toni servillo è un boss dello smaltimento di rifiuti: &quot;Nella ripartizione internazionale a Napoli è toccata la spazzatura&quot;

È passato oltre mezzo secolo da quando uscì La sfida di Francesco Rosi, ma quella Napoli e quei dintorni continuano a essere il regno della camorra, a giudicare - oltre che dalle cronache - da un altro film, Gomorra di Matteo Garrone, tratto dal libro di Roberto Saviano (Mondadori), che uscirà nelle sale venerdì e sarà in concorso al Festival di Cannes domenica.

La Campania tutta guapperia di Rosi aveva giustificazioni: alla miseria endemica del dopo-annessione all’Italia, erano seguite miseria acuta e collasso morale favoriti dalle «Am-lire» dell’occupazione alleata; le tensioni politiche del dopoguerra, nell’area più monarchica dell’Italia repubblicana, avevano fatto il resto.

Dopo infiniti interventi pubblici, la Campania di oggi però è sprofondata ancora. La questione meridionale non è dunque solo politica ed economica, ma anche antropologica: una delle popolazioni più intelligenti, spiritose, allegre d’Italia si integra ormai nella società ipercapitalista solo come spettatore di spazzatura tv e, coerentemente, come discarica di ogni tipo di rifiuto tossico.

Curzio Malaparte, nella Pelle, l’aveva raccontato meglio di tutti. Adesso Saviano e Garrone constatano solo che, mutatis mutandis, tutto è peggio d’allora. Diceva Giulio Andreotti - che è personaggio dell’altro film italiano in concorso a Cannes, Il divo di Paolo Sorrentino, che «i panni sporchi si lavano in casa». Perciò proiezione al Festival e probabile premio che ne deriverà per Gomorra non gioveranno alla nostra immagine nazionale. Del resto il problema vero non è d’immagine, ma di sostanza. C’è una gioventù che, dai vecchi, ha appreso solo l’auto-oppressione, che nei suoi virgulti ripete ossessivamente in Gomorra, a ogni crimine o preparazione al medesimo, «tutto a posto». Come in certa Sicilia (Colombia, Kosovo, ecc.), qui l’anormale è normale.

Per descrivere il «tutto a posto» (e il niente in ordine), Gomorra sceglie la via del mosaico di storie. Un solo attore noto, Toni Servillo, passa dal ruolo di ragioniere della mafia, nelle Conseguenze dell’amore proprio di Paolo Sorrentino (altro film che passò per Cannes), al ruolo di faccendiere della camorra. A lui tocca l’analisi più precisa: che - nella ripartizione internazionale del lavoro - alla Campania è toccato quello della discarica di rifiuti tossici. Ciò la mette malinconicamente sul piano di una (altra) ex colonia italiana: la Somalia, almeno come risultava dal film Ilaria Alpi di Francesco Orgnani Vicentini.

Fra le varie altre figure di questa storia collettiva, due ventenni (Marco Macor e Ciro Petrone), che vogliono diventare delinquenti in proprio, immedesimandosi nel Tony Montana (Al Pacino) dello Scarface di Brian De Palma. Ma quel che pare(va) possibile nella dinamica delinquenza americana, è impossibile nella statica delinquenza campana: la sua natura patriarcale non le impedisce comunque di essere brillante nell’investire lucidamente le rendite più sordide, oltre che praticare una severa disciplina, condannando a morte ancor più disinvoltamente che le corti degli Stati Uniti.

Tutta la socio-crimonologia diluita in Gomorra renderà il film di moda. Gli darà anche larghi incassi? Se così fosse, il filone impegnato-meridionale, alla Rosi appunto, avrebbe una reviviscenza. E poi Garrone non può essere accusato di lego-nordismo cinematografico, visto che, con Primo amore, aveva messo sotto accusa l’avidità del Veneto. Lì però c’era più la follia che la criminalità, più una conseguenza del benessere che una perpetuazione del malessere.

Il pubblico medio, quello sotto i venticinque anni, potrebbe restare confuso. Qui non ci sono amori, amoretti, lucchetti. E le corse in moto, alla maniera di Step/Scamarcio, avvengono solo in vista di un omicidio. E nessuna ragazza si lascia guardare nuda, se non per campare. A giudicare da Gomorra, sembrerebbe che le prostitute immigrate siano più serie delle borghesi italiane.