La piccola Altezza con un debole per l’Inghilterra

Il trono era stato costruito su misura del suo gigantesco predecessore. Quando toccò a lui salirvi, ci si arrampicò e il piccolo Imperatore parve un ninnolo posto sull’immensa sedia dorata. Le zampe del trono erano così alte che le gambe del sovrano dondolavano nel vuoto. Poiché ne andava della sua regalità, corse subito ai ripari. Nominò un addetto col compito di inserire un cuscino per colmare il divario tra i piedi e la base del trono. Il dignitario, che mantenne l’incarico per tutti i 45 anni del suo regno, aveva a disposizione 52 cuscini di vari spessori e tinte per le diverse circostanze. La sua destrezza nell’infilare la curiosa pedana era tale che non ci si accorgeva dell’espediente.
L’«Addetto al cuscino» non era la sola figura singolare dell’antica Reggia. L’Imperatore aveva un cagnolino giapponese, Lulù, dal quale non si separava mai. Poteva dormire nel suo letto e stargli sulle ginocchia alle udienze. Durante le cerimonie, Lulù gli scendeva dal grembo e andava a fare pipì sulle scarpe dei dignitari che non potevano azzardare un gesto. Subentrava allora l’«Addetto alla pipì» col compito esclusivo di asciugare con un panno di raso le scarpe bagnate dal bisognino.
C’era infine il «ministro della Penna» incaricato di registrare gli ordini del sovrano. L’Imperatore non fu mai visto scrivere di suo pugno, neanche per firmare gli atti di governo. Secondo alcuni era totalmente illetterato. Solo nell’ultimo anno di vita, già prigioniero, fu notato che sfogliava la Bibbia, ma senza che fosse chiaro se leggeva o solo riconosceva i passaggi che gli stavano a cuore. Suo unico maestro da piccolo era stato padre Jérome, un gesuita francese, amico del poeta Arthur Rimbaud. Ma, oberato di incarichi fin da bambino, il futuro imperatore non poté assimilarne gli insegnamenti, restando un sostanziale analfabeta.
Il «ministro della Penna» lo seguiva come un’ombra, attento al minimo muovere di labbra. Il re, infatti, per una questione di decoro, ascoltava molto e, le rare volte, più che parlare, mormorava. Il ministro doveva chinare l’orecchio alla sua bocca per sentire ciò che diceva e poterlo annotare. Il Re era inoltre involuto e volontariamente ambiguo per tenersi sempre una porta aperta. Se un suo ordine trovava resistenza o era impopolare, accusava invariabilmente lo scrivano di averlo frainteso. Un gioco delle parti che fece del ministro l’uomo più odiato del regno, ma anche un collaboratore prezioso senza il quale il sovrano avrebbe dovuto esporsi in prima persona. Cosa impensabile, essendo egli per il popolo una figura sacrale.
La sua era giuridicamente una monarchia costituzionale, ma nei fatti un despotato di origine divina. I sudditi lo nominavano con appellativi come l’Eccelso Signore, il Nostro Signore o l’Eletto del Signore. Il suo nome più diffuso era però Re dei Re. Lo stesso che, migliaia di anni prima, aveva avuto Salomone, il re d’Israele, del quale l’Imperatore era un discendente diretto. Anche la capitale del suo immenso Stato (1.134.000 Km quadrati) sembrava una Gerusalemme Celeste. La città, fondata alla fine dell’Ottocento dal gigantesco predecessore su un altopiano a 2650 metri sopra il livello del mare, era immersa in un bosco di meravigliosi eucalipti, al cui centro c’era la reggia. Il Nostro ne aveva preso possesso nel 1930, alla morte dell’imperatrice Zauditù, abbellendola come un Eden con giardini e animali.
Al suo risveglio, alle quattro di ogni mattina, si accendevano tutte le luci del Palazzo per annunciare all’Impero che Sua Altezza iniziava la giornata. Il sovrano la cominciava passeggiando nei giardini coi confidenti che gli riferivano delle cospirazioni notturne dei suoi nemici. Nel parco c’erano leoni, simboli del Regno, leopardi, fenicotteri, cani e un esotico formichiere donatogli dal presidente dell’Uganda. Poco distante le autorimesse, con le 27 auto private del Re: Mercedes, Lincoln Continental e Fiat. Ma la sua preferita era la Rolls Royce. Il re aveva un debole per l’Inghilterra che gli aveva dato asilo quando un nemico d’Oltremare conquistò il Paese all’indomani della sua ascesa al trono. Restaurato il regno con l’aiuto della Corona britannica, il Nostro lo aveva modernizzato e inserito nel consesso internazionale meritandosi la fama di sovrano clemente e saggio. Ne aveva fatto un membro prima della Società delle Nazioni, poi dell’Onu, ma non era riuscito a impedire i continui ammutinamenti del suo potente esercito.
Al primo golpe del 1960, organizzato dalla nobile famiglia dei Neway, non fu estraneo Asfa Wossen, il figlio del re. La congiura fu però soffocata nel sangue in tre giorni. Ne fecero le spese anche i leoni del parco che l’Imperatore fece abbattere per non avere divorato i traditori mentre penetravano nella Reggia. Gli fu invece fatale l’ammutinamento del 1974, causato da una tremenda carestia. Una giunta militare si impadronì del potere ma all’ottantatreenne fu fatto credere di essere ancora il Re dei Re. Morì pochi mesi dopo nella stanza della reggia in cui era relegato, col Libro dei Salmi aperto sull’invocazione: «Pietà, o Dio. Tutto il giorno mi insidiano i nemici...».
Chi era?