La piccola bielorussa tradita e cacciata da un governo cinico

Luigi Amicone

Cosa succede nel tam tam dei mezzi di comunicazione se una balenottera risale il Tamigi o un delfino si arena sulla spiaggia della sinistra al caviale di Capalbio? Il finimondo di emozioni e di mobilitazioni ecologico-animaliste. Per tentare di salvare una bambina di 10 anni seviziata nel corpo e uccisa nell’anima, hanno lottato solo due giovani sposi, due nonne, il bel popolo di Cogoleto. Lasciamo stare errori e imprudenze che ciascuno di noi avrebbe potuto compiere davanti al caso non di un’astratta bambina, ma di quella bambina, Maria, che si è parata davanti agli occhi dei coniugi Giusto come il viandante evangelico pestato dai briganti davanti agli occhi del buon samaritano. Cosa avreste fatto voi al posto loro? Non ho dubbi, avreste fatto come loro. E invece, poteva essere scritta peggio la parola fine su questa triste storia? Che vergogna.
Senza neanche attendere il verdetto della Corte d’Appello, il governo l’ha messa su un aereo e l’ha rispedita in Bielorussia. Complimenti al «cattolico adulto» che magari ci dirà, anche in questo caso, che «non sapeva». E complimenti alle istituzioni che si sono battute perché Maria «non diventasse un caso diplomatico». Già, c’erano le perizie mediche delle sevizie, e quella tremenda minaccia: «Se mi riportate all'orfanotrofio mi ammazzo». E ci aveva già provato, Maria, in un precedente soggiorno in Italia. C’erano le perizie dei medici, le sentenze dei tribunali, le evidenze di una bambina profondamente segnata nel fisico e disperata al pensiero di essere riportata da noi «grandi» all’inferno dei bambini. C’era una quantità di fatti, prima che emozioni, che avrebbero consigliato prudenza, traccheggio, decisione di portare il caso in sede europea. Magari in quelle Alte Corti di Giustizia che si occupano di sentenziare sulla misura dei cetrioli e rimborsi Iva sulle automobili aziendali. Però magari sono un po' svagate quando si tratta di difenderli in concreto, non sulla carta dei proclami politicamente corretti, i «diritti dei fanciulli».
Insomma, nemmeno in questo caso siamo riusciti a fermare la macchina della legalità burocratica. Già, la legalità, questa astrazione idolatrica della legge. Ma non dovrebbe essere, la legge, al servizio dell’uomo? E invece, di nuovo, nel caso di Maria, si è visto attaccare la vita umana alla greppia della coerenza leguleia senza realtà. Volevate sapere cos’è la giustizia politicizzata? Eccola squadernata sotto i vostri occhi. Cosa è accaduto infatti perché al di là delle altisonanti parole e garanzie di rispetto per la vita di Maria si arrivasse a un epilogo tanto pilatesco? È accaduto che, messo sotto pressione dal governo Prodi che non voleva grane con l’ambasciata bielorussa - la quale ambasciata si era permessa di rivolgersi ai giudici italiani con fare «intimidatorio», come scrive il tribunale di Genova - un giorno il magistrato sentenzia che «il tribunale non può evidentemente disporre il trasferimento di un minore in contrasto con le indicazioni mediche competenti».
Il giorno dopo ribalta la sentenza. Passano 24 ore e, scrive lo stesso tribunale pur riconoscendo che gli abusi subiti da Maria sono stati «rigorosamente accertati», che ora la piccola è «trasportabile» in Bielorussia. Complimenti. Sapete cosa hanno convenuto i governi bielorusso e italiano per farsi carico della salute fisica e psicologica di Maria una volta restituita all’orfanotrofio? Hanno convenuto che verrà curata con «sedativi» e una non meglio specificata «terapia all’ossigeno». Capito? Maria è una piccola pazza che sarà messa a tacere con psicofarmaci e «ossigenoterapie». Ecco, cari lettori, come in una frase si potrebbe riassumere il succo di questa brutta storia: «legalità, l’ultimo rifugio delle canaglie». Davanti a tutto ciò, che fare? Mi permetto proporre a tutti, colleghi, lettori, politici di portare il caso di Maria in ogni sede. Dal parlamento italiano a quello di Strasburgo. Dal consiglio comunale alle associazioni di quartiere. Perché? Perché non si trattano così nemmeno i cani.