La piccola Estonia paga ancora per i veleni del comunismo

Insanguinato il Ventesimo secolo, il comunismo continua ad avvelenare il Ventunesimo. Il sangue sparso nei giorni scorsi a Tallinn, con un morto e decine di feriti in scontri per il monumento all’Armata Rossa, e tensione tra la Russia e l’Estonia membro Nato e dell’Unione Europea, è frutto di un passato che troppo presto si è pensato fosse passato. La rivincita del presente è al centro degli eventi nella piccola Repubblica baltica, ieri vittima della geografia e della Storia, oggi risentita contro entrambe. Sul simbolismo del monumento, le vittime di ieri si fanno giustizieri dei figli incolpevoli degli oppressori di quello stesso ieri. La scheggia violenta di un passato aggrovigliato nell’alternarsi di ruoli tra persecutori e perseguitati, oppressi e sopraffattori, rischia di riverberarsi sull’Europa e sulla sua pacifica convivenza.
Sul monumento all’Armata Rossa eretto nel dopoguerra nel centro di Tallinn, capoluogo dell’allora Repubblica sovietica dell’Estonia per la liberazione dall’occupazione nazista, si condensano i grovigli della Storia. Gli estoni hanno voluto rimuoverlo, suscitando le proteste della minoranza russa e di Mosca. Il fatto è che l’Estonia, per effetto degli accordi segreti fra Hitler e Stalin siglati da Ribbentrop e Molotov il 23 agosto 1939, fu occupata dai sovietici il 17 giugno 1940, e nell’agosto 1940 con gli altri due Stati baltici, Lettonia e Lituania, annessa da Mosca, che vi impose il suo regime di terrore. Quando Hitler attaccò l’Unione Sovietica, gran parte degli estoni, come lituani e lettoni, accolsero quali liberatori gli occupanti nazisti.
Questi nel 1944 dovettero ritirarsi sotto l’incalzare dell’Armata Rossa, che ristabilì in Estonia e altrove il dominio sovietico. Per cui il monumento eretto in età sovietica è per tanti estoni non ricordo di liberazione ma di nuova oppressione. Quindi da rimuovere.
Ma negli oltre 45 anni di dominio sovietico, molti russi erano stati trasferiti in Estonia, allo scopo di russificarla nella sovietizzazione. Con la fine dell’Urss e l’indipendenza estone nel 1991, essi si sono trovati minoranza in uno Stato straniero, di cui sono però un quarto della popolazione. Verso di loro l’Estonia ha adottato misure vessatorie: ad esempio, non hanno diritto alla cittadinanza se non sanno l’estone, lingua ostica che nessuno aveva mai studiato, essendo fino al ’91 anche il russo lingua ufficiale. Che gli estoni abbiano sofferto sotto il dominio di Mosca, nessuno dubita: ma il risentimento verso la vasta minoranza russa, composta di eredi incolpevoli di padri e nonni a loro volta pedine e vittime insieme di un regime imperial-colonialista, non giova né a loro né all’Europa, esaspera la situazione interna e internazionale, attizza il nazionalismo russo nel crescente panslavismo.
Ieri il governo estone ha offerto un compromesso: ricollocare il monumento nel cimitero militare fuori Tallinn, in tempo per le celebrazioni della vittoria sul nazismo. Speriamo funzioni. Questa è, in ogni caso, l’eredità del comunismo: odi suscitati e soppressi coi carri armati, vecchi rancori e nuovi risentimenti. Una peste del Ventesimo secolo che si allunga sul presente.