Da piccola vamp di Rio a star di Hollywood

L’istituto Brasile-Italia ricorda l’attrice-cantante scomparsa 50 anni fa

Enrico Groppali

Tra le star che Hollywood laureò negli hard boiled years dell’ultimo conflitto mondiale, Maria do Carmo Miranda da Cunha subito ribattezzata Carmen Miranda in omaggio alla tipica concisione yankee, occupa un posto a parte. Perché mai si chiederà oggi chi non ha mai incontrato, sullo schermo o nei dischi, questa vulcanica figlia di Rio de Janeiro (ma nata per combinazione a Lisbona) e oggi ricordata solo dai nostalgici del bel tempo che fu o dagli inguaribili collezionisti di musica latino-americana?
Rispondiamo che forse il motivo è più semplice di quanto si creda: Carmen infatti, a differenza dell’unica star del periodo che furoreggiava a Hollywood in quegli anni, la bionda Betty Grable dalle lunghissime gambe avvolte in giarrettiere color di rosa, non aveva un appeal fisico di tale portata da collocarla di prepotenza tra le bombe sessuali dell’epoca.
Di statura più che modesta, la grande bocca aperta in un eterno rictus d’immediata comunicativa questo sì ma non propriamente sexy, la straordinaria attrice-ballerina-cantante degli sgargianti musical in technicolor della decade ’40-’50 sembra oggi, a chi la guarda senza remore né pregiudizi, più la divertita caricatura di una vamp che una fatale «mangiatrice di uomini», come venivano sbrigativamente chiamate le seduttrici varate a scatola chiusa sulla Costa californiana da mitici patron di nome Jessie Lasky o Darryl F. Zanuck. I quali, dettaglio significativo, non la notarono in nessuno degli innumerevoli film a basso costo realizzati dai più poveri cineasti brasiliani ma scoppiarono letteralmente d’entusiasmo quando i famosi fratelli Shubert tornarono da una vacanza a Copacabana portando con sé, nel variopinto bagaglio dei souvenir d’importazione, l’eccentrica brunetta che, a somiglianza della leggendaria Josephine Baker di stanza a Parigi, cantava nei cabaret carioca coperta da un minuscolo gonnellino di bionde succose banane mentre, la mano sul cuore e gli occhi a mandorla rivolti supplichevoli verso il cielo, intonava maliziosa Bamboleo I like you very much o, peggio ancora, quel song colmo di sottili metafore erotiche che si chiama Cuanto le gusta. Così, dopo un memorabile debutto a Broadway in Streets of Paris e una scrittura al Waldorf Astoria dove suscitò le ire delle signore-bene della Grande Mela preoccupatissime dell’indebita fuga dei loro cavalieri al seguito di quella nana più accattivante di un sorso di tequila in piena estate, Carmen a Hollywood divenne Miranda, solo Miranda ed esclusivamente Miranda. E bene, anzi benissimo fa l’Istituto Brasile-Italia a renderle omaggio proprio oggi, nel cinquantesimo anniversario della sua precoce scomparsa avvenuta a soli 47 anni in seguito a un attacco cardiaco durante la registrazione di uno special per il Jimmy Durante show, coi suoi film più famosi, i suoi coloratissimi costumi di scena, le locandine e i gadget tuttora restati miracolosamente indenni dalle ingiurie del tempo. Perché persino il grande nemico dell’eterna giovinezza delle star è stato, occorre dirlo?, sconfitto da quelle banane verdi sbucciate con languore all’ombra benedicente del Cristo Redentor. Il quale, dall’alto del Pan di Zucchero, ancor oggi sovrasta il museo dove, tra trine e falpalà, il fantasma sorridente di Carmen diffonde da un disco compiacente la musica di Curacao, il suo inno di battaglia dedicato all’amore.
Omaggio, dal 12 al 22 dicembre, dei film di Carmen Miranda all’Istituto Brasile-Italia, via Borgogna 3 (02.76011320, www.ibrit.it).